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Le Idee di Berlinguer ci servono ancora

“Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese.”
(Indro Montanelli)

È già passato un anno. E adesso sono 26 anni che Enrico non c’è più. Eppure a rileggerlo adesso, sembra sempre più attuale e sempre più moderno, nonostante il facile gioco al massacro che stanno conducendo certi presunti intellettuali progressisti, impegnati non a contrastare culturalmente il Berlusconismo, ma ad ammazzare l’unico esempio di modello alternativo ad esso che rimane oggi a Sinistra. E forse è il caso di domandarsi perché sia rimasto l’unico, a distanza di 26 anni.

Enrico Berlinguer moriva l’11 giugno 1984, verso la fine dell’altro secolo, aveva 62 anni, era padre di quattro figli ed era segretario del Partito Comunista Italiano da più di dodici. Come dice Gaber in una sua celebre canzone, “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.”

Ed è proprio questo che ha fatto di Berlinguer un uomo irripetibile sulla scena politica italiana, verso la quale la maggioranza del popolo italiano non riesce a non provare un profondo affetto e un’inesauribile stima, ancora oggi: la sua convinzione per la quale dietro ogni scelta politica ci dovesse essere anche una precisa scelta morale, coerente con i propri ideali, è uno degli elementi che rendono Enrico Berlinguer tutt’oggi il leader più amato della Prima Repubblica.

Scrisse Norberto Bobbio, “Caratteristica fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe politica italiana. Penso alla vanità, all’esibizionismo, all’arroganza, al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del ‘mestiere’, della professione del politico.”

Sulla fanpage di Enrico su Facebook, il commento più frequente è questo: “Dopo di te, il Nulla”. A riprova che le vere Svolte, a Sinistra, le ha fatte Berlinguer e che tutte le altre hanno inciso così poco sull’immaginario collettivo, che sono state archiviate in tutta fretta dal gruppo dirigente che domina da 20 anni. Si dice che siamo nani sulle spalle dei giganti: non penso sia stato molto utile ammazzare i giganti, visto che alla fine siamo rimasti solamente noi nani e non riusciamo a vedere al di là del nostro giardino.

Eppure quante volte, in questi anni, vedendo scorrere sotto i nostri occhi fiumi di scandali e di maleodoranti liquami, ci siamo chiesti che cosa avrebbe detto Berlinguer, se quella maledetta sera del 7 giugno 1984, su quel palco a Padova, un ictus non ce l’avesse portato via. Penso sia un esercizio inutile. Non tanto per la sua meravigliosa imprevedibilità, quanto perché, a cercare nei suoi innumerevoli scritti, discorsi parlamentari, interviste, Enrico aveva già detto tutto su tutto. Anche su ciò che non ha fatto in tempo a vedere.

Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, “trovare strade nuove per i vecchi ideali“.

Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista, che abbracciava il pacifismo, l’ambientalismo e, soprattutto, quell’idealismo che la tradizione comunista ha sempre rifiutato per un materialismo storico che non poco ha contribuito alla sua disfatta: l’impiego dell’energia solare, invocato nel 1983, per ridurre la dipendenza energetica del nostro paese; l’attenzione posta alla rivoluzione elettronica, con l’auspicio che la politica non si riducesse solo a sondaggi ed elezioni; la strategia del compromesso storico, per creare un unico orizzonte delle forze anti-fasciste e superare la crisi economica, sociale e morale del nostro Paese; la rottura con l’URSS, quando il socialismo sovietico era un punto di riferimento internazionale per tutti i comunisti; la battaglia per la dissoluzione del divario crescente tra nord e sud del mondo, quando la globalizzazione non era ancora nemmeno inclusa nel dizionario; l’importanza del ruolo dell’Europa, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale sia al neoliberismo portatore di ricchezze per pochi e di ingiustizie per molti; per non parlare del progetto di un’economia mondiale con Olof Palme, della valorizzazione della diplomazia dei popoli, dei movimenti della pace e delle donne.

Ma è proprio nella Questione Morale che si comprende appieno la grandezza e la lungimiranza di Enrico Berlinguer, il suo andare oltre la tradizione comunista, rinnovandola e portandola verso nuovi orizzonti come mai nessun altro era riuscito a fare: prima di tutti, infatti, aveva capito il rischio a cui andavano incontro i grandi partiti di massa, se non avessero aggredito appieno la cause della Questione Morale, punto fondamentale per la ripresa di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e quindi della tutela della democrazia.

Berlinguer non era un moralista, ma un uomo profondamente morale, nell’accezione kantiana del termine: al di là della denuncia morale, della lotta politica, agiva perché pensava fosse giusto farlo.

Fu inascoltato e, in quegli anni, anche schernito da alcuni compagni di partito. Poi arrivò Tangentopoli, che travolse i partiti della Prima Repubblica: fu Romiti, davanti ai giudici di Milano, a riconoscere la giustezza della denuncia di Berlinguer, a rammaricarsi per non averlo ascoltato.

E aveva ragione anche quando denunciava la pericolosa mutazione genetica impressa da Craxi al PSI, con una durezza forse insolita per lui, ma che nascondeva l’amarezza per le divisioni della Sinistra, per le occasioni perse, per l’alternativa rifiutata, convinto che la legittima ripresa di autonomia politica del PSI non fosse volta alla costruzione di uno schieramento progressista senza egemonie, ma semplicemente per spartirsi a metà il potere con la Dc. E così fu.

E quei fischi al 43° Congresso del PSI, provenienti da galantuomini seduti in platea come Sacconi, Brunetta, Tremonti, Frattini, De Michelis e tutta la marmaglia di socialisti passati armi e bagagli a Forza Italia, (a dimostrazione che il craxismo ha contribuito non poco alla nascita di quella Destra populista, piduista e neo-fascista che campa sotto Berlusconi), sono il momento storico in cui viene uccisa la gloriosa tradizione socialista italiana e il motivo per cui, morta nel 1992, non riesce più a rinascere.

Del resto, piaceva allora come piace oggi il decisionismo, il potere ostentato, l’irrisione, la demonizzazione dell’avversario, tutti tratti che qualcuno osa pure spacciare per modernità e che a Sinistra si tenta di seguire, non capendo che tutto ciò porta solo ad una morte prematura. Da un eccesso all’altro: c’è ancora chi è convinto che Berlusconi si combatta snaturando se stessi e abbandonandosi ad un indistinto moderatismo da operetta. L’unione di questi due fattori ha portato il Berlusconismo ad essere maggioranza culturale in questo Paese.

Basta leggere qualche passo della famosa intervista a Eugenio Scalfari, pubblicata su “La Repubblica” il 28 luglio 1981 (e che qualche suo presunto erede dovrebbe rileggersi), per capire quanto le idee di Berlinguer ci servano ancora:

I partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune […], sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente. […] Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]

Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. […]

I partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. […]

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. […]

Quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire. […]

Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia cerca di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Quale politico oggi avrebbe l’autorità, la credibilità e la capacità di parlare in questo modo?

Per questo oggi siamo qui, per ricordare non solo il politico, ma anche l’uomo e l’idea: il dolore e il rimpianto per la perdita di quel grande uomo che è stato Enrico Berlinguer non deve esaurirsi in sterili dibattiti, ma deve tradursi nella voglia di immaginare, progettare e proporre quell’idea alta della politica che Enrico Berlinguer ha testimoniato con la sua vita e con la sua morte, rimanendo fino all’ultimo su quel palco, a Padova, come un eroe.

Perché Enrico non è morto: le sue idee camminano sulle nostre gambe. E servono ancora, nonostante tutto, ad una Sinistra che a smarrito se stessa e il suo ruolo nel mondo.

9 commenti

  1. “…Enrico non è morto: le sue idee camminano sulle nostre gambe” e vivono nel cuore e nella mente di tutti gli italiani per bene, che amano questo nostro Paese e non si arrendono, non sono indifferenti e resistono, reagiscono e non si piegheranno MAI.

  2. Enrico Berlinguer, accompagna ancora tutti quelli che sperano e credono in un paese libero, in un paese che oggi emargina ed esclude gli italiani onesti, i lavoratori e, premia solo ammanicati, politici collusi, delinquenti….Noi figli di Berlinguer non meritiamo questo e solo riavvolgendo il nastro del passato e ripartendo dall’inizio forse riusciremo ad alzare il capo e far sorridere da lassu’il nostro Enrico!
    Cristina

  3. Berlinguer, ahi me, ahi noi, é proprio morto, basta guardarsi attorno per avvilirsi del quotidiano squallore etico, non solo dei politici politicanti, ma del nostro vicino di casa, dei nostri conoscenti, ecc. ecc. sembriamo un paese di “fatti” inebetiti dal del berlusconismo imperante. Forse ce lo meritiamo perché abbiamo permesso, da Craxi in poi, ad una legione di opportunisti, servili lacchè e Piduisti, l’assalto allo Stato di diritto e alla manipolazione delle coscienze. Ci vuole una nuova Resistenza civile e movimentista.

  4. Spesso usi montanelli e le sue definizioni ma Berlinguer non ne sarebbe felice perchè era tutto fuori che introverso e malinconico,era un combattente convinto delle sue idee un comunista.Icomunisti se non li conosci a fondo danno l’impressione di essere tristi,perchè prendono a cuore i problemi della gente ma sono pronti a regalare un sorriso a chiunque,guarda bene le foto di BERLINGUER TI SEMBRANO QUELLE DI UN UOMO TRISTE? Quando dice che per chiesere i sacrifici ci vuole consenso dice una grande verità,i lavoratori che oggi sono una massa di individui non sono disposti a fare sacrifici perchè gli vengono imposti ma soprattutto perchè non hanno uno stato degno di questo nome!Ipartiti non devono invadere lo stato ,oggi dove sono i partiti? Abbiamo fatto di tutto per farli scomparire non dallo stato ma anche dal quotidiano,oggi siamo tutti movimentisti ma non c’è più un partito pronto a predere quelle idee che si perdono in mille rivoli e durano una stagione.C’è bisogno di ricominciare a fare politica quella vera che ascolta i bisogni della gente che guardi lontano e non gli interessi di bottega.Una politica che deve mirare all’Europa non quella delle banche ma quell’Europa solidale che non si appiattisca al sistema americano ma anzi che si faccia portavoce di un nuovo modello di sviluppo solidale che investa nel sociale e che non previlegi il profitto ma una società più equa,questo direbbe Berlinguer a voi giovani sicuramente in modo più convincente di me !

  5. Berlinguer rappresenta il sogno della politica italiana degli anni 80 che si é andata perdendo forse anche per il dolore che ha lasciato la sua improvvisa morte;ricordarlo é cercare di portare avanti le sue idee é un atto positivo nella speranza che gli italiani,i giovani soprattutto si risveglino da questo intorpidimento culturale in cui la politica italiana é caduta,e la sinistra dovrebbe veramente cercare di riproporsi con temi politici pieni di ideali e valori invece di creare solo temi di contrappoosizione alla politica di Berlusconi.Va cercata una forma della politica in cui il dialogo tra i giovani, le donne, gli immigrati(che potrebbero apportare nuovi elementi culturali al nostro paese)venga ripristinato in nuove forme di far politica che non sia solo quello della critica a cosa ha fatto l´altro (>Berlusconi e company),ma proponendo veramente azioni visibili e politicamente attendibili,facendo anche valutazioni di carattere economico sul nostro paese e prendendo posizioni serie e valide che riportino l´immagine della sinistra e del partito comunista ad una visione piú allargata a temi che ci riguardano piú da vicino.Io trovo che ci sia un grande vuoto sui temi della politica da affrontare,forse perché si sta vivendo lo schok culturale del ripristino del fascismo.Questo noi non ce lo saremmo neanche minimamente immaginato 20 anni fa,ma questo é un fenomeno non solo italiano ma Europeo.Io che vivo a Berlino so di cosa sto parlando,basti pensare ai naziskin che tentano di fare dimostrazioni,per fortuna c´é un movimento antifascista abbastanza compatto che si pone contro con delle azioni visibili.Forse questo manca in Italia.Ma comunque le squadre di naziskin sono presenti in questo paese (La Gernmania).In questo io vedo e credo ci sia il bisogno urgente di agire anche in termini soprattutto non a difesa solo del nostro paese quanto di tutto il tessuto e movimento europeo,ponendosi domande e formulando laddove é possibile risposte che tocchino tutti in prima persona.In questo intendo dire una politica che si ponga anche contro la guerra in afghanistan,Palestina,e tutti quei rifugiati che attualmente sono tenuti in Libia e poi probabilmente lasciati nel deserto a morire,laddove non riescono a sfruttarli in lavori indegni del rispetto umano.Insomma senza andare oltre mi auguro che questa associazione possa proporsi con temi che ci toccano tutti da vicino,ricordando l´alto valore politico e ideale di Enrico Berlinguer.

  6. vi ringrazzio di aver fatto questa associazione, che riporti in ague la moralità e la serietà politica di enrico, per far ricrescere la cultura onesta della politica e dare sviluppo alle idee di una sinistra che al momento sembrano smarrite.

  7. bRAVISSIMA AMELIA trovo poca gente che abbia le mie idee a volte mi scoraggio,e il fatto che vivi in Germania e apprezzi Berlinguer vuole dire che non ti fermi alle apparenze.Con tutto il rispetto per i tedeschi non credo che il sistema socialdemocratico sia migliore del comunismo di BELINGUER ,e il miglior modo per ricordarlo è proprio quello di seguire le sue idee lottare per un ideale anche a costo di rinunciare a governare,ma combattere per una causa.

  8. ciao… grazie per questo messaggio: finalmente mi trovo d’accordo con qualcuno: berlusconi non è per nulla l’unico problema di questo paese, forse un problema ancora maggiore (e che permetterà al nano di trasformarci definitivamente in una dittatura) è che l’opposizione di sinistra è o inesistente o imitatrice (pensando che berlusconi piaccia: forse perché è l’unico che tutti conoscono… è sulle labbra di tutti, persino dei partiti di “sinistra”).
    Io sono nato nel 1991, 7 anni dopo la morte di Enrico: ho imparato, però, ad apprezzare con sempre maggior convinzione le sue parole che sembrano essere, effettivamente, sempre più attuali…

  9. Bravi Compagni! Facciamo bene a ricordare Enrico e sforziamoci secondo le nostre possibilità di far camminare e, anche se di poco, portare avanti i propositi di un uomo che(ciò vale almeno per me)mi aiuta a vivere e sperare, nonostante tutto.