dalle Conclusioni al Convegno degli Intellettuali, Teatro Eliseo, Roma, gennaio 1977


 L’austerità non è oggi un mero strumento di politica econo­mica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà tem­poranea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi.

Per noi l’austerità è il mezzo per contra­stare alle radici e porre le basi del superamento di un siste­ma che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non con­giunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’in­dividualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato.

L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.

Ecco in base a quale giudizio il movimento operaio può far sua la bandiera dell’austerità.

L’austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il da­to esistente, contro l’andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. Così concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell’ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l’unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.

Lungi dall’essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del ca­pitalismo, l’austerità può essere una scelta che ha un avanza­to concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, io credo che nelle con­dizioni di oggi è impensabile lottare realmente ed efficace­mente per una società superiore, senza muovere dalla neces­sità imprescindibile dell’austerità.

Ma l’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure co­me occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’ assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.

Abbiamo richiamato in altre occasioni e anche di recen­te le profonde ragioni storiche, certamente non solo italiane, che rendono obbligata, e non congiunturale, una politica di austerità. Sono ragioni varie, ma occorre ricordare sempre che l’evento più importante, i cui effetti non sono più rever­sibili, è stato e rimarrà l’ingresso sulla scena mondiale di po­poli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla sog­gezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell’umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale.

Una politica di austerità non è una politica di tendenzia­le livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un si­stema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento ope­raio – quello di Instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, ag­giungo, una moralità nuova.

Concepita in questo modo, una politica di austerità, an­che se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) cer­te rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significa­to rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così riceve­re consensi crescenti diventa un ampio moto democratico al servizio di un’opera di trasformazione sociale.

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