Intervista di Enzo Forcella, Il Giorno, 25 luglio 1972

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Partiamo dal congresso che il Pci tenne, nel marzo scorso, a Milano. Molti osservatori, ed io tra questi, ne trassero l’impres­sione che i comunisti si considerassero ormai alle soglie della «nuo­va maggioranza», cioè di un governo direttamente o indirettamente sostenuto da loro. Invece, sono arrivati i risultati del 7 maggio, l’estromissione dei socialisti dal governo, il ritorno al «centrismo». Si erano sbagliati gli osservatori o le cose sono andate in maniera molto diversa dal previsto?

Direi che era sbagliata la interpretazione: sbagliata per ec­cesso di semplificazione. Il nostro XIII Congresso si è svolto su­bito dopo lo scioglimento delle Camere, in clima preelettorale. Ma un congresso, e in particolare i congressi del nostro partito, non si convocano solo per decidere ciò che va fatto domani e dopodomani, ma per definire una linea politica di più ampio re­spiro. Noi abbiamo posto il problema della nuova maggioranza come un problema oggettivamente maturo, il problema con cui si dovrà misurare la politica e la società italiana dei prossimi anni; ma non lo abbiamo presentato come un problema immediato, né di facile soluzione. Che cosa è avvenuto dopo il nostro congresso? Dai risultati elettorali il gruppo dirigente della Dc ha voluto rica­vare la formazione del governo Andreotti-Malagodi. Secondo noi, i risultati del 7 maggio hanno contraddetto proprio la prospettiva centrista perseguita dalla Dc, non quella delineata dal nostro par­tito al congresso di Milano. Gli elettori, infatti, hanno confermato che le tre componenti essenziali del nostro schieramento politico rimangono quelle che noi poniamo alla base del discorso sulla nuova maggioranza, – la componente comunista, socialista e cat­tolica – e su un incontro fra queste occorrerà far leva se si vuole uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo. In questo quadro pos­sono trovare un loro ruolo positivo anche altre forze democrati­che di ispirazione laica, che si liberino dalla pregiudiziale antico­munista. Si è visto a che cosa porti, in Italia, una politica di pre­clusione a sinistra, di chiusura verso i comunisti: porta a mettere in pericolo le istituzioni democratiche.

L’unico punto in cui i risultati elettorali sono stati forse diversi da quel che ci auguravamo è stato il mancato, o comunque insufficiente, spostamento di voti di elettori democristiani verso i partiti di sinistra.

Lei pensa che una Democrazia cristiana amputata o umiliata a sinistra sarebbe stata più disponibile a una intesa con le altre due grandi componenti di cui lei parla?

Un ridimensionamento a sinistra della Dc – che io non ho certo mai inteso come una sconfitta delle sue correnti di sinistra – ­avrebbe reso ancora più esplicita di quanto già non sia la crisi poli­tica che la travaglia, mettendola alle strette e creando condizioni più favorevoli per una scelta positiva. La strategia e la politica del cen­tro-sinistra sono finite, il neocentrismo è un’illusione. Come ho già detto alla Camera l’alternativa è dunque questa: o un centro-de­stra inevitabilmente aperto all’appoggio dei fascisti, o un governo che avvii la svolta democratica da noi indicata. Il problema immediato è di invertire la tendenza rappresentata dalla costitu­zione del governo Andreotti. Essenziali a questo fine non sono le formule attraverso cui potrà esprimersi tale rovesciamento di ten­denza: essenziali sono gli indirizzi politici e programmatici, la netta chiusura verso tutte le forze di destra e l’apertura al confronto con tutti i partiti di sinistra, senza preclusioni.

La costituzione del governo Andreotti ha suscitato a sinistra reazioni diverse. Da una parte lo si considera il segno di una vera inversione di tendenza che non si esaurirà con la stagione dei ba­gni e delle vacanze. Dall’ altra la si giudica una soluzione debole e priva di prospettive. Dal suo intervento alla Camera mi è sem­brato capire che lei propenda per questa seconda interpretazione. È esatto?

Noi abbiamo giudicato questo governo, per i suoi orienta­menti e per la sua composizione, non solo come assolutamente ina­deguato a risolvere i problemi del popolo lavoratore e le urgenti esigenze di sviluppo economico e sociale del paese e di presenza attiva nel processo di distensione internazionale, ma anche come un governo debole da tutti i punti di vista. Debole dal punto di vista numerico-parlamentare, debole per le perplessità e le oppo­sizioni che ha incontrato tra le stesse forze che dovrebbero appog­giarlo, debole per le tensioni sociali che aggrava. Abbiamo anche detto, però, che da questa debolezza può derivare una grande pericolosità. La coalizione Andreotti-Malagodi è, in sostanza, il punto di partenza di una più ambiziosa manovra. Questo governo, di per sé, non ha prospettive: la sua permanenza crea anzi un rischio di sbocchi di tipo autoritario, verso i quali spingono note­voli forze di destra collocate nei partiti, nei centri di potere economico, nell’apparato dello Stato. Non ci siamo nascosti che oc­correrà lottare seriamente e duramente per poter spazzare via que­sto governo.

Però i decreti sull’ Iva e sul rinvio della riforma tributaria non sarebbero passati tanto facilmente se comunisti e socialisti, in cambio di alcune modifiche, non gli avessero lasciato via libera. Anche per voi il richiamo delle ferie estive è più forte dei propo­siti di lotta ad oltranza?

Lasci stare, queste sono solo battute. La verità è che sull’Iva e sulla riforma tributaria noi comunisti sia alla Camera sia al Se­nato abbiamo dato battaglia tanto in commissione, dove abbiamo strappato ed imposto alcuni miglioramenti, quanto in aula, con la richiesta anche di diversi scrutini segreti. Tuttavia, è ovvio che non si può ricorrere alla pratica dell’ostruzionismo parlamentare su ogni legge che si ritenga cattiva o ingiusta. Non l’abbiamo mai fatto e non lo faremo nel futuro. Questa tattica è adoperabile solo quando siano in pericolo beni e valori essenziali della repubblica. D’altra parte, non è un mistero che la nostra posizione comples­siva sull’Iva e sulla legge tributaria è stata alquanto diversa da quella del partito socialista, che ha ritenuto di decidere l’asten­sione sul voto finale, mentre i deputati comunisti hanno votato contro. Dunque, sulla nostra volontà e capacità di lotta non ci possono esser dubbi: lo dimostra anche il modo in cui stiamo con­ducendo e condurremo la lotta sulla questione delle pensioni nel parlamento e nel paese. In linea più generale, il governo attuale deve attendersi da noi un’opposizione molto più aspra rispetto a quella sostenuta verso certi governi precedenti. Cercheremo di rendergli la vita difficile per provocarne la caduta. In pari tempo la nostra azione sarà sempre costruttiva, tenderà cioè a mobilitare le masse popolari per risolvere i grandi problemi del paese, da quello dello sviluppo del Mezzogiorno, a quelli della ripresa della produzione e dell’occupazione, da quelli della riforma della scuola a quelli della salvaguardia dell’ordine democratico.

Vorrei passare ad un tema di fondo nella strategia del Pci, i rapporti con i cattolici in generale e con la Dc in particolare. Voi continuate a considerare la Dc come un partito a base popo­lare e a direzione conservatrice. Quest’ultima appare, così, come una sovrastruttura che basterebbe togliere di mezzo per fare emer­gere la vera anima «popolare» del partito. Gli avvenimenti del­l’ultimo quarto di secolo non hanno costantemente smentito que­sta fiducia? E non è forse vero come dicono alcuni gruppi della stessa Dc che la stessa composizione sociale del partito si è trasformata profondamente nel corso degli ultimi anni, facendone non più il partito interclassista, con una forte base contadina, ma il partito dei ceti medi e della tecnocrazia pubblica e privata?

Comincerei dall’ultima parte della domanda. Non sono d’ac­cordo sulla diagnosi, cioè su questa trasformazione, di cui lei parla, che avrebbe caratterizzato la Dc negli ultimi anni. Una simile dia­gnosi contiene alcuni elementi di verità, ma essa mi pare soltanto sociologica, mentre il discorso è più complesso, anche se qui si può farlo solo per accenni. Nella sostanza, comunque, direi che, oltre ai ceti medi, una base operaia e contadina della Democrazia cristiana esiste, almeno a livello di elettorato, ed è la base che sto­ricamente è stata in essa presente sin dalle origini. Di qui il valore di fenomeni come il disimpegno delle Acli nei confronti della Dc e i nuovi orientamenti unitari di settori della Cisl. Si dovrebbe tener presente che c’è una differenza tra le posizioni che si affermano sul terreno e nel corso delle lotte sindacali e sociali (o i pronunciamenti di gruppi cattolici politicamente avan­zati) e gli atteggiamenti delle masse al momento del voto. Il pro­blema è che la base popolare della Democrazia cristiana finora non è stata metodicamente rappresentata e non ha contato in tutta la misura del possibile nelle strutture e nella politica del partito democristiano, dove sono prevalsi, finora, orientamenti ora mo­derati, ora integralisti, ora conservatori. Si può e si deve lavorare per far emergere e sciogliere positivamente questa contraddizione. Non per trasformare la Dc in ciò che non è mai stata e non di­venterà nel prossimo periodo, cioè in un partito di sinistra: que­sto sarebbe utopia. Non è utopistico, invece, puntare su una ri­presa e su un’avanzata degli orientamenti laici democratici ed anti­fascisti che vivono al suo interno; non è utopistico pensare che la Dc possa in qualche modo ricongiungersi, in condizioni e for­me nuove, alle ispirazioni, cosi feconde per il paese, che la carat­terizzarono negli anni della Resistenza e del primo dopoguerra.

Ancora a proposito di ceti medi: la rinascita neofascista co­stituisce un motivo di riflessione per tutti, anche per i comunisti. Non rappresenta il fallimento, o quanto meno una grave battuta d’arresto, nella politica di alleanza tra ceti medi e classi popolari che i comunisti tenacemente perseguono da almeno un quarto di secolo?

No, non credo che la nostra politica di alleanza con i ceti medi sia fallita e neppure che abbia subito una grave battuta d’arre­sto. Basti pensare ai nostri 9 milioni di voti, che, ovviamente, non sono solo voti di proletari, a ciò che è diventato il Partito comunista italiano nell’ultimo quarto di secolo, e a come si è radi­cato in tutti gli strati popolari, compresi strati del ceto medio. Con ciò non voglio affatto negare la gravità della rinascita neo­fascista e dello spostamento a destra di alcuni strati del ceto me­dio verificato si in questo ultimo periodo. Siamo stati tra coloro che negli ultimi anni hanno analizzato con più attenzione questo fenomeno. La diagnosi è quella più volte illustrata: esso dipende da fatti oggettivi (come le modifiche che il « boom» consumistico ha determinato nella stratificazione e negli orientamenti dei ceti medi), da errori di direzione politica commessi dai governi diretti dalla Democrazia cristiana, compresi quelli di centro-sinistra: er­rori di «codismo» e di elettoralismo. Infine, vi sono stati anche errori del movimento operaio e nostri.

Che tipo di errori?

A volte, specialmente nei centri urbani, abbiamo fissato obiet­tivi e adoperato forme di lotta che non tenevano sufficientemente conto dei problemi di fondo esistenti e dei mutamenti intervenuti in certe fasce di ceto medio. Mi è stato detto che a Milano, ad esempio, ci fu tempo fa un corteo di lavoratori che scandiva: «Più soldi agli operai e meno soldi ai bottegai». È evidente che una simile parola d’ordine è sbagliata. Certo, in essa si esprime la giusta rivolta contro la intollerabile pressione dei costi di di­stribuzione, contro il proliferare dei parassitismi nell’intermedia­zione, contro le innumerevoli forme di spreco che esistono in que­sto settore. Ma a queste esigenze non si viene incontro prenden­dosela direttamente, ed indiscriminatamente, con i «bottegai», ma lottando per rinnovare e democratizzare tutto il sistema di organizzazione dei consumi, e ricercando su questo terreno l’al­leanza anche con vasti settori del commercio e dei servizi.

Guardi all’Emilia:” qui si è già imboccata decisamente que­sta strada e la frattura tra ceti medi e masse proletarie non c’è, diversamente da ciò che è avvenuto in altre zone d’Italia. Ma il problema politico vero è che se non c’è un potere democratico, che sappia raccogliere cioè la massima base di consensi, ed avere quindi la massima autorevolezza, nel fissare delle nuove prospet­tive di carattere generale, e nel far muovere l’intero paese verso quelle direttive, il problema dei ceti medi – e non solo quello – è insolubile.

Ai ceti medi va indicata una prospettiva diversa, nella quale essi possano riconoscersi, vedere la soddisfazione in forme nuove delle loro aspirazioni e dei loro interessi. Al di fuori di questo c’è soltanto il loro sbandamento verso la difesa, come che sia, della situazione in cui stanno, cioè verso il conservatorismo corporativo e il loro conseguente smarrimento politico.

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