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#Berlinguer, sette anni dopo

Il 16 febbraio 2009 veniva creato questo sito, che si prefiggeva una cosa molto semplice: far conoscere a quanti più giovani come me la figura di Enrico Berlinguer, attraverso le sue parole. E’ nato quasi per caso, come esercizio a un esame di informatica all’università (a cui fui poi bocciato proprio quel giorno), così come per caso, due anni prima, era nata la passione per questa figura così diversa dal Politico a cui io, nato e vissuto dopo la Caduta del Muro di Berlino, ero abituato.

Sette anni dopo, con oltre 465mila persone, di cui un terzo sotto i 30 anni, possiamo dire di aver svolto egregiamente il nostro lavoro. Nel 2009, in occasione dei 25 anni della scomparsa di Enrico, non si parlava praticamente per nulla di lui, se non per metterne in luce i difetti. Ora non è più così, nonostante i goffi tentativi del gazzettino di Palazzo Chigi che usurpa il nome del giornale fondato da Antonio Gramsci.

Non ho mai potuto conoscere Enrico Berlinguer, sono nato cinque anni dopo la sua morte. In questi anni di lavoro sui suoi discorsi, nei racconti di chi lo ha conosciuto e lo ha vissuto, nei frammenti video che sono riuscito a recuperare in giro per l’Italia, però, è come se l’avessi fatto. Non è certamente la stessa conoscenza di chi c’era. Eppure quello che porta ancora tanti giovani e giovanissimi come noi a sentirlo nostro è la disarmante attualità di quelle parole senza tempo che in troppi a Sinistra hanno dimenticato nella speranza di accreditarsi nei salotti buoni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, con un premio Nobel come Amartya Sen che trova deprimente “che nel Paese di Gramsci non esista più la Sinistra” (e lo diceva nel 2013, quindi figuriamoci).

Il fascino di Enrico Berlinguer, ancora oggi, è la diversità. Ha colto il punto, secondo me, Vittorio Foa, quando dipingeva Berlinguer come in violento contrasto con l’immagine consueta dell’uomo politico. E se riflettete alle quattro “virtù” della politica degli ultimi 30 anni (il cinismo, la corruzione, l’ambizione e l’arroganza), ci si rende subito conto del perché di Enrico Berlinguer se ne parli tutt’oggi: egli infatti non era né cinico, né corrotto, né ambizioso e tanto meno non era arrogante. A tal proposito, scrisse Enzo Biagi dopo la sua morte che era l’unico politico che aveva incontrato ad aver mantenuto le promesse. Luigi Pintor si spinse più in là dicendo che fece di un ideale un modo d’essere.

Ecco, Enrico Berlinguer lottava per un ideale: ha dedicato fino all’ultimo respiro della sua vita a difendere i diritti di chi non aveva diritti, nel vero senso letterale della parola, quando a Padova si ostinò ad andare fino in fondo al comizio, nonostante l’ictus che l’aveva colpito. Un altro si sarebbe fermato e avrebbe interrotto: lui no, andò fino in fondo e pagò con la vita. E la commozione per un tale gesto di generosità si sono riversati in quel mare di bandiere rosse dei più grandi funerali della storia d’Italia.

Enrico Berlinguer oggi viene preso ad esempio, anzitutto perché lui l’esempio lo dava. E poteva parlare di Questione Morale perché aveva la credibilità e l’intransigenza per farlo. Ecco perché poteva andare in televisione a dire in prima serata che un politico non al di sopra di ogni sospetto non può invocare il terzo grado di giudizio, ma deve avere il buon gusto di dimettersi e cambiare mestiere.

Oggi gli darebbero del giustizialista: ma Enrico Berlinguer era invece un uomo profondamente morale e aveva capito prima di tanti altri che se viene meno il rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni, allora quello che ci aspetta è il populismo, la rabbia e la violenza sociale, che già in passato nel nostro paese hanno portato a invocare improbabili “uomini della provvidenza” che hanno fatto a pezzi le istituzioni e i cittadini stessi (quelli giudicati indesiderati, per lo meno)

Nel paese del Gattopardo, Enrico Berlinguer ha provato a cambiare, senza strappi, prima il suo partito (e ci è riuscito), poi l’Italia, che non è riuscito a cambiare semplicemente per quelle “oscure trame” che gli hanno remato contro sia dentro che fuori il suo partito, di cui parlava Italo Calvino.

Quel maledetto 11 giugno 1984 a Padova non è morto solo un uomo politico, un padre, un fratello, un compagno: sono morti anche il sogno e la speranza di un’Italia diversa da quella che ci hanno lasciato quelli che l’hanno malgovernata e la malgovernano tuttora. E l’unico modo per ricordare Berlinguer è quello di far sì che quel sogno si avveri, e questa è una responsabilità che spetta alla mia generazione. Perché oggi più di ieri io sono convinto avesse ragione Enrico quando diceva che se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e l’ingiustizia.

Grazie a tutti voi per questi meravigliosi sette anni insieme.

Pierpaolo Farina
Fondatore di enricoberlinguer.it