Il Comunismo di Enrico Berlinguer

di Massimo D’Alema L’Unità, 1989


Enrico Berlinguer cinque anni dopo la sua morte: c’erano molti modi possibili per ricordarlo.

Potevamo rievocare la commozione e il dolore con cui una grande parte del popolo italiano si strinse intorno a lui nei giorni dell’agonia, l’indimenticabile fiume di donne e di uomini che lo accompagnò per l’ultima volta per le strade di Roma.

Abbiamo fatto una scelta diversa. Una scelta che si rivolge, in primo luogo, ad una generazione nuova che non fu partecipe, se non marginalmente, di quella emozione, né della lunga stagione politica di cui Berlinguer fu protagonista.

Questa generazione si affaccia oggi sulla scena della vita politica e civile dell’Italia con i tratti di una identità nuova. Gli anni della egemonia neoconservatrice hanno lasciato certo un segno, ma i giovani appaiono i più pronti a captare gli elementi di novità.

L’aspirazione alla pace e al disarmo, a nuove relazioni umane, la difesa dell’ambiente naturale come condizione per una vita migliore, un forte senso di solidarietà che non sopprime dimensione dell’individuo e delle sue libertà. Tutto ciò tende a una visione diversa della politica, appare come una sfida culturale a vecchie concezioni, al modo di essere dei partiti e delle istituzioni.

Che cosa può dire oggi Berlinguer a questa generazione?

È sempre molto difficile pretendere di separare ciò che è vivo e ciò che è superato nella elaborazione politica e intellettuale di un leader dalla personalità così forte come è stato Enrico Berlinguer: tanto più nel momento in cui il Pci è impegnato nella ricerca di un nuovo corso politico e culturale che segna una discontinuità anche rispetto alla visione e alla esperienza politica di Berlinguer.

Non c’è dubbio che su questioni essenziali la elaborazione e la proposta dei comunisti italiani si è spinta ormai oltre Berlinguer. La mia opinione è che la questione oggi cruciale di un rinnovamento del sistema politico italiano imperniato sulle regole e sulle condizioni per una democrazia dell’alternanza sia al di là non solo, come è ovvio della idea berlingueriana del compromesso storico, ma anche del modo in cui egli avanzò la proposta dell’alternativa democratica.

Come pure lungo il cammino che egli aprì di un più forte radicamento del Pci nel movimento operaio dell’Europa occidentale, la nostra politica si muove oggi oltre la ricerca di una terza via e guarda alla prospettiva del confluire dei comunisti italiani in una rinnovata sinistra europea.

Nulla è dunque più lontano dallo spirito del “nuovo corso” della pretesa di limitare la ricerca e la proposta del Pci entro i confini della elaborazione di Berlinguer. Eppure non sarebbe neppure pensabile un nuovo Pci senza Berlinguer, senza la sua lezione umana ed intellettuale, il coraggio e il rigore che egli impresse al rinnovamento delle nostre idee, le direttrici nuove di ricerca e di azione che egli seppe aprire.

Quando, con una di quelle affermazioni icastiche, aspre, enigmatiche che tanto facevano discutere, Berlinguer parlò del Pci come di una forza conservatrice e rivoluzionaria, egli offrì una chiave di interpretazione anzitutto della sua personalità. Della tensione e del travaglio di un uomo che non smarrì mai il legame con la tradizione comunista, con un insieme di valori, con un modo di concepire e di vivere la politica che erano propri di quella tradizione.

Ma che nello stesso tempo seppe intuire e prospettare con grandissimo coraggio e onestà intellettuale i cambiamenti che erano necessari, le rotture, i salti di qualità. Solo così si può intendere il carattere di un uomo che, vincendo il pudore, confessava con sincera semplicità il suo orgoglio “per essere rimasto fedele ai suoi ideali di gioventù”, un uomo che parlando delle scelte della sua vita diceva “io no ho fatto la scelta della politica, ma quella della lotta per la realizzazione degli ideali comunisti”.

Quest’uomo seppe, al tempo stesso, vedere e denunciare, con spirito di verità e fermezza, la crisi del movimento comunista, l’esaurirsi della forza propulsiva di tutta una fase storica della esperienza del movimento operaio e rivoluzionario.

Certo ciò disvela il senso degli ideali comunisti i quali Enrico Berlinguer si sentì animato nella sua vita e nelle sue battaglie. Esso non coincideva certo con il carattere sistemico e dogmatico dei canoni del cosiddetto comunismo scientifico; quanto invece con una idea della libertà come liberazione umana da ogni forma di oppressione e di sfruttamento, come bisogno di giustizia e di eguaglianza, come arricchimento morale e intellettuale. In Berlinguer questa idea del comunismo non derivava soltanto dalla tradizione italiana, dalla lezione di Gramsci – pure decisiva per comprendere la sua ispirazione – ma insieme da una sua personale lettura di Marx, dall’influenza che su di lui avevano esercitato, come lui stesso rivelò, gli scritti giovanili di Marx, con la loro impronta individualistica e libertaria.

Credo che questo aiuti a comprendere il fascino e la modernità del comunismo di Enrico Berlinguer; la forza di attrazione di un ideale di liberazione umana capace di proiettarsi nel futuro oltre la pietrificazione e la crisi delle forme storiche in cui l’esperienza comunista si è realizzata.

Questo è il Berlinguer che può parlare alla nuova generazione di oggi.

L’uomo che seppe riconoscere un bisogno di comunismo nel movimento di liberazione delle donne nella rivolta dei giovani.

Il leader che non attese Gorbaciov né gli studenti di Tian An Men per proclamare la necessità di una riforma democratica del “socialismo reale” e che nel grigiore della Mosca di Breznev affermò il valore universale della democrazia.

Il primo importante dirigente politico dell’Occidente che contro una cultura industrialista e contro il determinismo tecnologico ha dichiarato la crisi di un modello di sviluppo e posto il problema di una crescita compatibile con le ragioni dell’uomo e dell’ambiente naturale.

Questi scritti che oggi l’Unità pubblica ripropongono alcuni passaggi cruciali di questa ricerca e di questa battaglia. Sono scritti, interventi, interviste nei quali si può leggere anche il travaglio, la fatica delle scelte innovative, il bisogno di coerenza, il fastidio per le mode, il rifiuto di facili trasformismi.

Anche in ciò si racchiude la moralità di Berlinguer che rimane un tratto profondissimo della sua lezione. La trasparenza di un uomo che ha saputo umanizzare la politica proprio perché l’ha vissuta e l’ha mostrata come passione, sofferenza, fermezza di convinzioni, dubbio, travaglio personale.

Mai come tecnica, manipolazione delle coscienze, scienza del potere.

Qualche tempo fa Roberto Benigni ad Enzo Biagi – che gli chiedeva perché avesse voluto bene a Berlinguer, lui che di regola prende in giro i politici – ha risposto: “Berlinguer non era un politico, era un poeta”.

Certo, questo paradosso illumina solo una parte della verità; ma una parte importante. Quando Berlinguer morì si affermavano negli altri partiti altri protagonisti, che hanno poi tenuto la scena in questi anni. Questi uomini hanno impersonato la grande rivincita della tecnica sulla umanità della politica; la rivincita dell’astuzia sull’intelligenza; dell’arroganza del potere sulla fermezza di chi lotta per i propri ideali.

Forse sarò ottimista, ma penso che l’epoca di questi uomini volga ormai al tramonto. Comunque quanti vorranno impegnarsi perché sia così, possono trovare nelle parole di Enrico Berlinguer, se non una risposta a tutti i problemi di oggi, certamente lo stimolo a lottare ed a pensare in modo nuovo.

 


Note sull’Autore: Massimo D’Alema è un politico italiano. Segretario della FGCI dal 1975 al 1980, Direttore dell’Unità dal 1988 al 1990, è uno dei quarantenni che partecipano alla Svolta della Bolognina, che trasformerà tra il 1989 e il 1991 il PCI in PDS, di cui ne diventerà il Segretario nel 1994. L’anno successivo è uno dei fondatori dell’Ulivo, che porterà nelle politiche del 1996 la coalizione di centro-sinistra al Governo. Nel 1997 diventa Presidente della Bicamerale per le riforme istituzionali, mentre dal 1998 al 2000 ricoprirà la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel 1998 riunisce a Firenze gli Stati Generali della Sinistra e trasforma il PDS in DS, eliminando la falce e martello dal simbolo del partito, di cui sarà Presidente dal 2000 fino allo scioglimento nel 2007. Nel 2006 diventa vice-presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri nel governo presieduto da Romano Prodi. Nel 2008 viene rieletto alla Camera dei Deputati.

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