dalle Conclusioni all’Assemblea degli operai del Pci, Milano, gennaio 1977


L’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggi­re. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell’Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono sono: innanzitutto, il moto e l’avanzata dei popo­li e paesi del Terzo Mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d’inferiorità cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l’acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l’Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibili­tà economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticin­que anni.

L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della quali­tà e dell’umanità della vita. Una società più austera può es­sere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana.

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