Intervista a Giampaolo Pansa, Corriere della Sera, giugno 1976


Davvero lei parla come un «Dubcek italiano»…
Rispetto molto Dubcek, ma non credo di assomigliargli. Lui ha il suo temperamento, io ho il mio.

Dubcek sarà diverso da lei, ma è stato anche travolto dai carri armati sovietici. Trova ingiusta la sua fine politica?
Sì, senz’altro ingiusta.

Lei ha fatto tutto il possibile per aiutarlo?
Sì, anche dopo. Non abbiamo mai mancato di criticare e di intervenire. Purtroppo si era messo in moto una logica inarrestabile.

Non teme che Mosca faccia fare a Berlinguer e al suo euro­comunismo la stessa fine di Dubcek e del suo «socialismo dal volto umano»?
No. Noi siamo in un’altra area del mondo. E, ammesso che ce ne sia la voglia, non esiste la minima possibilità che la nostra via al socialismo possa essere ostacolata o condizio­nata dall’Urss. Si può discutere se c’è volontà di egemonia da parte dell’Urss sui paesi che le sono alleati. Ma non esiste un solo atto che riveli l’intenzione dell’Urss di andare al di là delle frontiere fissate da Yalta.

Nell’ipotesi che l’Urss minacciasse l’Italia con atti concreti di guerra, che cosa farebbe il Pci?
Questa è una sua ipotesi e, nell’ambito di essa, io le ri­spondo che noi comunisti saremmo in prima fila a difendere l’indipendenza del nostro paese. Ma noi già ora respingiamo le ingerenze reali e non ipotetiche degli Stati Uniti nella no­stra politica interna. Ciò non significa ostilità nei confronti dell’ America: vogliamo che l’Italia abbia rapporti di collabo­razione e di amicizia anche con Washington, nel rispetto dei vincoli della Nato come patto difensivo che opera in un’area geograficamente limitata. Siamo invece contrari a impegni militari dell’Italia in al­tre zone, per esempio nel Golfo Persico.

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