INTERVENTO CONCLUSIVO DEL COMPAGNO ENRICO BERLINGUER VII Conferenza Nazionale delle Donne Comuniste Roma, 2-3-4 Marzo 1984


Care compagne, spero di non deludere la compagna Paola Bottoni che ha parlato ora, ma devo precisare che il mio discorso non costituisce le conclusioni della Conferenza.

Non mi propongo infatti, nè penso sarebbe giusto e corretto, oltre che possibile farlo, né di replicare a tutti gli argomenti che voi avete affrontato; ne toccherò solo alcuni rivolgendomi non solo a voi, e non tanto a voi, quanto, come pare mi spetti, all’intero partito. Né mi propongo di fare una sintesi dei vostri 1avori cosa che sarà fatta, dopo il mio intervento, dalle relatrici delle 6 commissioni che hanno lavorato durante la conferenza.

Vorrei cominciare però esprimendo la convinzione che questa VII Conferenza può dare molto alle donne italiane e al partito, perchè il suo svolgimento e la sua preparazione, le 97 Conferenze provinciali, i dibattiti e la partecipazione di forze esterne, sono stati una nuova e più matura manifestazione di vitalità e di impegno delle donne comuniste, che, cosa assai importante, hanno messo in luce l’affermarsi di numerosi, nuovi quadri femminili appassionati, intelligenti, preparati, combattivi. Ciò ha fatto compiere un passo in avanti, mi pare, all’approfondimento di molte questioni di principio, culturali, di lavoro, di movimento, di organizzazione, ponendo le condizioni per dare un impulso qualitativo alla politica generale dell’intero partito. Ciò consolida le nostre speranze e rinforza la nostra fiducia nell’esistenza nel nostro paese di forze ed energie che vogliono trasformare la società e che sono in grado di contribuirvi in modo determinante.

I mezzi di trasformazione, o almeno gran parte di essi, non hanno saputo cogliere il valore di questa realtà e del vostro impegno, qui alla Conferenza Nazionale e nelle Conferenze provinciali; valore che noi, invece, vogliamo e dobbiamo assumere in pieno, per essere oggi ancor più di ieri il punto di riferimento a cui guardano grandi masse femminili: per le battaglie che abbiamo fatto, e per le posizioni politiche, ideali e culturali che abbiamo preso aggiornando e sviluppando il nostro pensiero e la nostra pratica politica.

Sappiamo, e vi ritornerò poi, che fra le donne e fra le compagne a queste speranze verso di noi si unisce una forte sollecitazione critica (non mi sono certo sfuggiti gli applausi a certi passaggi particolarmente critici, particolarmente pungenti, verso il partito: non mi sono sfuggiti e non mi disturbano), una forte sollecitazione critica affinchè il nostro partito si porti pienamente all’altezza delle responsabilità che si è assunto verso le donne, poichè oggi a tale livello il partito non ci sta ancora o almeno non ci sta con continuità e coerenza piene, rispetto alle elaborazioni del 15° e del 16° Congresso e alle posizioni assunte negli ultimi anni.

Ci sarebbe naturalmente un modo assai facile di rispondere a queste critiche: mettere a confronto il nostro partito con gli altri partiti italiani, comparare per esempio, il numero di iscritte, di dirigenti, di elette nel partito comunista con quelle degli altri partiti: fare il paragone tra le nostre discussioni, la nostra fatica, il nostro impegno che cerchiamo di mettere nell’ approfondimento di queste difficili questioni con l’indifferenza, l’insufficienza, la superficialità con cui le trattano altri partiti, nei quali pure vi sono donne impegnate sui temi in parte simili a quelli per cui si impegnano le donne comuniste, come abbiamo constatato anche nei saluti che sono stati rivolti a questa conferenza dalle rappresentanti

Sarebbe facile anche ricordare, per esempio, che l’On.le De Mita in cinque pagine del suo rapporto al Congresso della DC ha dedicato ai problemi delle donne 3 capoversi. Ma non è tanto questo che conta, voi lo sapete bene, è che tutta la concezione che l’On.le De Mita ha dell’economia, della società, dello Stato, della politica del suo partito, (insomma, quello che tutti chiamano il “De Mita-pensiero”), è intrinsecamente costruito fuori e contro la comprensione della realtà delle esigenze e delle potenzialità innovatrici delle donne e dei loro movimenti.

Diverso è naturalmente il discorso quando si tratta del partito socialista, poichè nel corso degli anni abbiamo combattuto con le donne socialiste, ma spesso anche con il partito socialista come tale, molte battaglie comuni, e ci sono anche convergenze sull’elaborazione attorno a questioni di grande momento.

Nei giorni scorsi tuttavia è stata annunciata una strana iniziativa del partito socialista, che richiede quantomeno una spiegazione. lo non ne conosco esattamente i termini, mi pare si tratti di un progetto di legge per istituire un albo delle casalinghe. Però, si dice – ci è stato detto, mi pare anche dalla compagna socialista che ha parlato qui – non per arrivare poi al salario alle casalinghe. E allora perchè? Per dare alle casalinghe una medaglia? Figuratevi un po’ che cosa se ne può fare una casalinga, moglie oggi di un operaio, al quale il Governo a presidenza socialista ha tagliato il salario, cosa se ne può fare di una medaglia?

Il mio sospetto, (è ancora sol tanto un sospetto), è che si tratti di un’ inizia­tiva che si colloca nello sforzo che sta compiendo il partito socialista di occupare spazi tradizionali della Democrazia Cristiana, messi in discussio­ne dalla crisi che attraversa questo partito, l’aspirazione del P.S.I., badate bene, è del tutto legittima, (e anche noi l’abbiamo: dirò poi come).

Ma per un partito di sinistra, questa aspirazione, questo lavoro ha un senso, a me sembra, se è rivolto a spostare questi strati su posizioni più avanzate e non a spostare se stesso su posizioni più arretrate fra le quali vi sono, appunto, indirizzi, provvedimenti, obiettivi di politica economica di tipo familista.

Io non voglio però dilungarmi nel confronto con gli altri partiti. Vi ho accennato solo perchè esso ci porta a valutare il governo e la sua posizione verso le donne

Ho già avuto modo di rilevare nel dibattito parlamentare sulla fiducia, nel momento della presentazione del nuovo governo, che tutto il programma messo insieme dai cinque partiti della attuale maggioranza è un programma che è in contrasto con gli interessi delle donne: e non solo e non tanto per l ‘assenza di ogni riferimento specifico ai problemi posti dalle masse femminili e dai loro movimenti; quanto perchè l’indirizzo economico generale di questo governo, ha come conseguenza quella di peggiorare la condizione della donna, riducendo l’occupazione, tagliando i servizi sociali, spingendo alla ricerca di soluzioni individuali e private di quei bisogni che le donne hanno fatto crescere come domanda collettiva, esigendo per essi una risposta collettiva, la quale comporta cambiamenti nelle strutture della società.

E questi governanti che si comportano così sono quelli stessi che dicono che noi comunisti non avremmo una moderna cultura di governo!

Noi siamo fieri di non avere una cultura del governo che rimane impermeabile alle rivendicazioni e ai valori della donna, che debbono improntare di sé la vita dell’intero paese anche attraverso la politica dei governi.

Questo giudizio che esprimemmo al momento della formazione dell’attuale governo ha trovato la conferma dei fatti: l’occupazione femminile sta via via diminuendo: si riducono i servizi sociali o sono messi in crescente difficoltà; contemporaneamente, si tagliano i salari e gli stipendi e si cerca di dare un colpo ai sindacati, alle libertà sindacali, ai poteri di contrattazione dei sindacati. Questo Governo si caratterizza, così, per una condotta che è in pari tempo anti-operaia e rischia di ricacciare indietro dalle loro conquiste non solo le lavoratrici, ma tutte le donne.

A questo risultato porta quella corsa e concorrenza al centro, e quindi verso destra, che caratterizza attualmente la condotta della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano, di cui abbiamo parlato alla recente riunione del Comitato Centrale.

Questa gara dà risultati assai negativi e rischiosi per i lavoratori, per le donne e per il paese; essi, però, possono essere contenuti e possono venir rovesciati in positivo, se lo spazio che questi partiti lasciano scoperto a sinistra, viene occupato da noi. Qui vi è un criterio generale di metodologia politica comunista che non sempre è afferrato bene da tutti i compagni: il positivo può essere tratto anche dal negativo. Da un attacco che tende a paralizzarti e a sconfig­gerti si possono far venir fuori le forze per reagire con un contrattacco che utilizzi le contraddizioni che si aprono nel campo avversario e allarga lo schieramento sociale e politico capace di realizzare un’avanzata.

E questa è proprio la situazione nella quale nei ci stiamo sempre più trovando. La prova lampante viene dalla combattiva risposta di massa al decreto governa­tivo sulla scala mobile che stanno dando operai e lavoratori di ogni regione e categoria; e non solo quelli che seguono la maggioranza della CGIL, ma lavoratori che seguono altre organizzazioni sindacali e i più vari partiti. Questa risposta forte, ampia, matura, dovrebbe far capire a tutti coloro che sono capaci di ragionare oggettivamente sulla situazione del paese, che questo decreto non può passare, che quell’atto di forza non sarà ingoiato.

E a ciò, come sapete, noi siamo impegnati con tutte le nostre forze in Parlamento, con l’obiettivo di far ritirare o comunque di far decadere il decreto.

Sappiamo che l’unità sindacale attraversa un momento difficile, che richiede da parte di tutti grande senso di misura e di responsabilità. Ma non è vero che se anche la CGIL avesse approvato le proposte del Governo e accettato il decreto l’unità sindacale sarebbe più solida, e il Sindacato sarebbe più forte; al contrario, ci sarebbero probabilmente lacerazioni e fratture ancora più profonde fra Sindacato e lavoratori. Il Sindacato è da tempo che si indeboliva in proporzione alla sua diminuita capacità di rapporto democratico e di rappresentanza della massa dei lavoratori, e in proporzione all’accentuarsi della pratica delle trattative centralizzate.

Nelle manifesta­zioni dei lavoratori c’è anche la richiesta, e vengono poste anche le nuove condizioni, per un Sindacato più democratico, più rappresentativo, e quindi più unitario di prima, nel quale vinca, continui a vincere il rispetto del pluralismo, ma sempre mantenendo un rapporto costante e profondo coi lavoratori e lavorando per sviluppare veramente la vita democratica del Sindacato.

Anche in altri ambienti e ceti, il decreto del governo, e in generale la sua politica economica, trovano critiche e riserve, compresi molti imprenditori i quali capiscono che la tensione sociale e la conflittualità che si vanno creando e che si possono estendere nei luoghi di lavoro e in tutta la società, creano per le attività produttive più difficoltà che vantaggi duraturi.

Vi sono poi forze sociali, politiche, culturali, pur non colpite direttamente nei propri interessi dal decreto e in generale dalla politica governativa, le qual i respingono il ricorso a metodi autoritari come strada per risolvere i problemi sociali e garantire la governabilità. Tali forze dimostrano la consapevolezza che, se si tollera che passi avanti vengano compiuti verso la instaurazione di metodi autoritari contro i lavoratori e i sindacati prima o poi altre libertà e altri diritti democratici, potrebbero essere colpiti.

E io credo che tra le forze più insofferenti e ostili a questi metodi (che, chissà perché vengono chiamati “decisionisti”, mentre sono in sostanza non democratici) ci sono proprio le donne, che del rifiuto di ogni oppressione e repressione fanno la causa stessa della loro battaglia liberatrice.

Da questi brevi cenni a me pare si possa far derivare che, come contraccolpo alla politica economica del governo e dei partiti che lo compongono, si sta aprendo (e tutto il partito bisogna che ne prenda coscienza molto rapida­mente) un enorme spazio per l’opposizione comunista. E deve essere chiaro che il nostro ingresso in questi spazi aperti e, quindi, l’allargamento della nostra opposizione e la condizione prima per l’alternativa.

Se non si capisce questo non si capisce come si può andare verso l’alternativa; anzi, si finisce per rimanere prigionieri del ragionamento schematico che ci fanno alcuni esponenti e commentatori politici, in base al quale, siccome “il Partito Socialista non ci sta” (e anzi sta andando in questo momento in una direzione opposta), noi comunisti non avremmo una prospettiva. La verità è che se noi facciamo il nostro ingresso in quegli spazi e lo facciamo efficacemente saranno gli altri partiti, e in particolare quelli di sinistra, a doversi confrontare con questa nuova realtà.

L’alternativa democratica, dunque, può fare un grande passo avanti se riusciamo a coprire con le nostre iniziative quel vuoto che viene lasciato a sinistra dalla politica dei partiti al governo.

E di ciò i dirigenti di questi parti ti sono consapevoli, perchè proprio ciò, in sostanza, vogliono impedirei di fare. Ecco la vera spiegazione di tante campagne e agitazioni contro di noi. Quando facciamo un’opposizione forte, robusta, ampia, una vera opposizione, essi strillano inconsultamente, dimostrando casi di perdere la sensibilità della situazione del paese, e dimenticando anche un altro fatto che per me è di capitale importanza per l’Italia: che la nostra opposizione ha un grande valore democratico, perchè se non ci fossimo noi non so quali vie finirebbe per prendere la protesta e la rivolta di tanti strati della popolazione colpiti dalla politica del Governo.

Lasciamoli strillare e non facciamoci impressionare o impaniare. Non lasciamoci distogliere dal compito di assolvere pienamente, decisamente, ma anche tranquillamente, il ruolo combattivo e democratico a cui siamo chiamati, oggi più che mai. Un ruolo che comporta capacità di condurre battaglie per obiettivi immediati, ma anche capacità di far avanzare un progetto con un orizzonte temporale più ampio, attorno al quale raccogliere le forze del rinnovamento e quindi le donne.

Importante è non dimenticare mai che l’opposizione non deve nutrirsi solo della spinta e delle motivazioni di classe, ma anche di quelle di altri strati della popolazione e delle ragioni più generali dello sviluppo economico e sociale, della democrazia, della Repubblica. Tali ragioni si fanno oggi quanto tanto mai attuali, perchè attuali sono i rischi che minacciano la democrazia e la Repubblica. Non siamo noi soltanto del resto che cominciamo ad avvertire il significato di certi episodi e velleità che esprimono una mentalità di regime.

La crisi e la scomposizione del blocco che si è raccolto finora attorno alla Democrazia Cristiana spinge, come ho detto, partiti come il partito socialista, il partito repubblicano, a cercare di acquisire parti di quel blocco, agitando parole d’ordine di segno conservatore anche se presentate come neo-riformiste, e spinge la D.C. a resistere sullo stesso terreno, e anzi ad accentuare la sua pressione sui suoi alleati. Tutt’altro deve essere il nostro ruolo: conquistare a posizioni più avanzate politicamente o culturalmente strati sociali intermedi e popolari che hanno gravitato o gravitano ancora attorno alla Democrazia Cristiana, tra cui vi sono notevoli masse di lavoratori e di donne.

E le donne, in quanto tali, non mi pare che possano avere motivi per stare dalla parte del Governo: ne hanno anzi molti per essere all’opposizione. E per esservi, non confuse e indistinte, ma con le proprie specifiche ragioni, e con loro specifici obiettivi. Ma, come sappiamo, l’opposizione delle donne ha una sua radicalità, e al tempo stesso, una sua concretezza, che chiama in causa indirizzi e scelte di ordine generale, e quindi sollecitano un’alternativa che può ricevere un’impronta qualificante proprio da un’avanzata dell’emancipazione e liberazione della donna.

l contenuti programmatici, le proposte, gli obiettivi, che sono stati indicati in questa Conferenza, a cominciare dai quattro punti della relazione della compagna Trupia che seno stati poi approfonditi nel dibattito delle commissioni e dell’assemblea plenaria, questi contenuti, queste proposte, questi obiettivi non sono cose che si aggiungono al resto, ma costituiscono gli elementi senza i quali non si dà e non si fa una strategia trasformatrice della società e della politica.

Per andare avanti verso quegli obiettivi che avete indicato ci vuole, a me pare, un forte movimento delle donne. Qui e prima, nelle conferenze provinciali, si è discusso molto su che cosa è oggi, su come si configura, su come agisce, il movimento delle donne dopo il grande sviluppo degli anni ’70 e le conquiste da esso raggiunte in quel periodo. C’è chi ravvisa silenzi, riflussi, cadute.

Io andrei più cauto. E’ certo che la crisi economica, quella politica, , quella morale e istituzionale, che si sono intrecciate e aggravate negli ultimi anni, hanno pesato e influito negativamente sulla condizione della donna, sulle sue stesse conquiste, sui movimenti femminili e femministi, e sugli strumenti che essi si erano creati per l’affermazione e l’avanzata della liberazione della donna.

Sono comparsi fenomeni di ripiegamento, a volte nella ricerca di una gratifica­zione immediata che fosse al tempo stesso la conquista dei risultati almeno per sé. Chi ha individuato ciò nel diventare madre, nel volere un figlio per sé; chi lo ha visto nell’appartenenza a un gruppo di poche, dedite al lavoro su un interesse comune; chi lo ha visto nella formazione professionale anche come sfida e competizione con il maschio; chi nel dare soddisfazione alle proprie vocazioni e vene artistiche.

Con buona approssimazione mi pare si possa dire che il quadro di oggi è quello di una miriade di iniziative delle donne, dentro e fuori le istituzioni, dentro e fuori i partiti, che nella scomparsa anche delle associazioni più robuste e tradizionali – si dirigono a quel cerchio di donne più immediatamente vicino ed affine, che però è per lo più assai ristretto, con l’aggiunta di una difficoltà di collegamento stabile e di un coordinamento fra loro. Ciò è conseguenza anche di una carenza di sedi, di strumenti di distribuzione di diffusione su scala nazionale dei prodotti scritti, di ostracismi da parte degli organi di informazione: e anche di una mancanza di fondi per le proprie attività, che oggi è affidata quasi esclusivamente al volontariato reso però più difficile dalla faticosità di giornate che esigono dalla donna un impegno che la divide tra la famiglia, i figli, la casa, il lavoro per chi ce l’ha, lo studio, ecc.

E tuttavia, malgrado tutto ciò molte delle iniziative reggono e anzi crescono e si moltiplicano; iniziative collettive e personali nel campo dell’artigiana­to, delle professioni, dell’assistenza sociale, della produzione letteraria, della musica, della danza, del cabaret, del teatro; tutte forme che però, salvo qualche eccezione, esplodono e brillano come meteore in un ambiente circostante, che spesso è di indifferenza quando non è di ostilità. Sicchè gli ostacoli che la donna trova oggi all’espressione di sé si fanno maggiori e più diffusi.

A me pare che sia maturata la necessità di una ripresa e di uno sviluppo di un movimento che non si esprima solo in forme molecolari e in parte sotterranee e individuali; ma che abbia anche momenti di unificazione, che non annullino la verità e la creatività delle forme in cui esso si sta esprimendo e si può esprimere, ma diano alle donne la forza per fronteggia­re gli attacchi in atto alle loro conquiste.

Il vostro documento preparatorio si apre giustamente, secondo me, con l’affer­mazione che in Italia, come in altri paesi dell’Europa e del mondo, le donne sono al centro di un pesante attacco conservatore che tenta di far tornare indietro le conquiste di parità, emancipazione e libertà, raggiunte in tutti i campi. Evidentemente non spetta solo alle donne, né è interesse solo delle donne respingere questo attacco, ma è certo che esso non può essere fronteggiato vittoriosamente senza un forte movimento delle donne nelle forme che non spetta a noi, e tanto meno a me, dettare, ma che le donne stesse decideranno di dargli, tenendo conto di tutte le esperienze positive e negative del passato e del presente, ma sforzandosi – e questa vuole essere soltanto una raccomandazione, un consiglio, di non perdere una delle caratteristiche peculiari del movimento femminile e femminista italiano, che è stata costituita dallo sforzo di assicurare a questo movimento sempre un carattere non solo di gruppi, ma popolare e di massa.

Io sono però certo di una cosa, e credo che lo siate anche voi: che quali che siano le difficoltà, le stanchezze, le incertezze che il movimento delle donne ha avuto in questi ultimi anni e di fronte alle quali si trova oggi, esso riprenderà: e non è detto, aggiungo, che non possano tornare anche “anni ruggenti”, anche se forse in modi diversi da quelli che vi sono stati negli anni ’70.

Il movimento riprenderà, perchè quel che è avvenuto nella coscienza delle donne non si cancella. Il fuoco c’è, anche se talvolta è sotto la cenere. Dove sono del resto coloro che dicevano che la classe operaia era morta? Vediamo in questi giorni quanto essa è in piedi, viva, combattiva.

La rivoluzione femminile è cominciata da poco. Ha avuto e avrà i suoi alti e i suoi bassi, in un percorso imprevedibile, ma che andrà avanti. Vorrei leggere un passo, che forse molte di voi conoscono, di Marx, nel quale, questo grande maestro rivoluzionario delinea i percorsi seguiti fino ad allora, fino al momento in cui egli scriveva, (si tratta di uno scritto del 1852), sia dalle rivoluzioni borghesi che da quelle proletarie.

Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempesto­samente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altra; gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala; l’estasi è lo stato d’animo di ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una lunga nausea si impadroni­sce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perchè questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte a esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’in­finita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: hic Rhodus, hic salta!”

Dopo, nel periodo successivo alla pubblicazione di questo scritto di Marx, ci sono state delle rivoluzioni proletarie che hanno sostanzialmente obbedito a questa legge, prima fra tutte quella dell’ottobre 1917. Ma ve ne sono state altre che si sono sviluppate in modi diversi, imprevisti, come le rivoluzioni proletarie contadine, come le rivoluzioni proletarie popolari, nazionali e cosi via.

Chi può stabilire oggi come si svilupperà la rivoluzione femminile?

Una cosa però noi abbiamo acquisita, come Partito Comunista Italiano: che in Occidente la rivoluzione (è chiaro che io non intendo dare l’assalto al Palazzo d’Inverno), la rivoluzione in Occidente può esserci solo se ci sarà anche la rivoluzione femminile, e ,che se non c’è la rivoluzione femminile, non ci sarà alcuna reale rivoluzione.

E ciò per ragioni che sono insieme quantitative e qualitative e che non ho bisogno certo di illustrare a voi. Ma abbiamo acquisito anche un altra cosa, connessa a quella che or ora ho ricordato.

L’abbiamo acquisita quale portato della storia, non estratta dall’alambicco dei nostri pensieri, bensì guardando al processo storico, che ha messo in evidenza come per le donne sia valido quello che si diceva, che diciamo per il proletariato: liberando se stesse contribuiscono a liberare tutta l’umanità. E quindi anche i maschi.

Voi conoscete certo quel famoso passo degli scritti giovanili di Marx, che comincia con questo acutissimo folgorante concetto: “nel rapporto verso la donna, preda sottomessa alla libidine della comunità, è espressa la smisurata degradazione in cui l’uomo si trova ad esistere di fronte a se stesso”. E da ciò Marx giungeva all’affermazione che “dal rapporto dell’ uomo con la donna si può giudicare ogni grado di civiltà dell’uomo”.

Ora, Marx e i suoi seguaci e discepoli, anche per le diverse condizioni in cui hanno vissuto e operato, non hanno potuto sviluppare adeguatamente queste intuizioni, che avviano una visione del tutto nuova dell’uomo; direi una nuova antropologia. Svilupparono invece il tema della emancipazione: da Sebel a Lenin, da Anna Kulischoff a Camilla Ravera, e al compagno Palmiro Togliatti che a questo tema diede un contributo decisivo.

Il tema dell’emancipazione, che è quello della conquista dell’uguaglianza con l’uomo, ma non della parità, e quindi è un tema che in un certo senso ha come termine di riferimento le conquiste maschili, conquiste importantissi­me, badiamo bene, ma che non realizzano pienamente la liberazione della donna.

Oggi, che le donne hanno portato avanti il tema della liberazione che comprende, ma supera, quello dell’emancipazione, i comunisti conseguenti, in quanto rivoluzionari, e perciò fautori della fine di ogni forma di oppres­sione, devono superare quegli orientamenti culturali, quegli atteggiamenti mentali e pratici, quelle abitudini che sono proprie di una società e di una cultura e quindi anche di un modo di far politica, costruiti secondo l’impronta maschilista, cioè in nome di una pretesa supremazia dell’uomo sulla donna e delle concezioni che ne sono derivate e che egli ha ereditato.

Sta qui, mi pare, la base, la radice, della permanenza di un modello maschilista di dirigente politico, di partito: insomma, l’origine di questa diversità e delle altre diversità, non va cercata sul terreno naturalistico, biologico, ma su quello storico, culturale, e perciò anche ideologico, nel senso negativo che attribuiva all’ideologia Marx.

Perchè tutti i comunisti devono fare questo salto politico-ideale? Non per compiacere alle donne, e non solo perché è proprio dei comunisti abbracciare ogni causa di giustizia, ma solo perché in tal modo si può essere conseguentemente rivoluzionari in questo nostro tempo, in questo nostro paese. Solo così, quindi, si può portare avanti effettivamente la politica del partito.

Le compagne avvertono che, pur in un quadro di partito che presenta differenze notevoli tra organizzazione e organizzazione, tra dirigenti e dirigenti, questo salto non è stato ancora compiuto in modo adeguato e generalizzato e quindi esse, giustamente, mostrano disagio, rivolgono critiche.

Evidentemente hanno fondati motivi per farlo. Le difficoltà, le insufficienze, le resistenze che le compagne incontrano nel partito hanno una spiegazione: antico e greve è il bagaglio che ingombra tanti di noi e di esso non ci si libera dl un colpo. Ci vuole una fatica; appunto perchè c’è il maschilismo. Non so se coloro che parlano, forse un po’ miticamente del clima che esisteva nelle nostre file, nel periodo della costruzione del partito nuovo (la grande innovatrice indicazione che venne da Togliatti nel 1944), sanno che per lunghi anni una gran parte di compagni, o almeno molti di noi (non abbiamo mai fatto un referendum interno; forse era la maggioranza) è rimasta ostile e critica alla decisione di estendere il diritto di voto alle donne.

Di questo retaggio in parte ci si è liberati, in parte ci si deve ancora liberare perché, come appunto ho detto, c’è il maschilismo che ha fatto sì che, per lungo tempo, la stessa massa delle donne tardò a battersi per l’emancipazione e che solo da pochi anni è venuto avanti fra le donne l’obiettivo della liberazione: figuratevi fra i maschi!

C’è dunque il peso del passato, ma c’è anche l’insufficienza del presente, ossia la incomprensione della portata e della sostanza della questione femminile. Ciò sta a indicare una ritrosia ad aprirsi al nuovo e, più precisa­mente, per dei comunisti, una tendenza ad adagiarsi alle condizioni e concezioni correnti: quindi, un insufficiente spirito rivoluzionario. Ecco perchè, certe critiche delle compagne sono un pungolo per superare le incomprensioni, e quindi per far procedere il partito verso un suo sviluppo da tutti i punti di vista – all’ esterno, verso gli altri e, all’interno, in noi stessi per raggiungere obiettivi immediati e di prospettiva, nell’interesse di tutto il popolo e per la pace, e per la generale crescita politica, culturale, organizzativa del partito stesso.

Vorrei anch’io qui, come ha fatto la compagna Gloria Buffo, come avete fatto voi, ricordare la compagna Adriana Seroni. E la vorrei ricordare, come un esempio (ce ne sono altri validi) di come una compagna sta dentro il partito, lo critica e lo aiuta. Adriana non ha rinunciato mai alle sue battaglie come donna e come dirigente comunista: le conduceva con passione e con intelligenza. Molte ne ha vinte, alcune totalmente, altre solo in parte e il partito se ne è giovato. Altre non le ha vinte e lei ne soffriva. Ma questo non la portava a dismettere il suo impegno, che aveva a suo fondamen­to un profondo attaccamento al partito e la fiducia che il partito possiede in se stesso, la capacità di accogliere e interpretare le esigenze e le mete più avanzate delle donne, di tutti gli sfruttati, di tutte le forze progressive del paese. Così Adriana Seroni ha saputo essere pienamente donna e pienamente comunista.

Oggi il compito più importante, quello che mi pare sia stato al centro di tutti i lavori della conferenza è chiaro: superare progressivamente, ma decisamente, lo scarto tuttora esistente tra le acquisizioni sulla questione femminile cui siamo giunti con i nostri ultimi due congressi e con gli sviluppi che questa stessa conferenza ha realizzato; acquisizioni che ci hanno posto, anche per quanto riguarda la questione femminile, in una posizione di avanguardia nel movimento operaio, anche sul piano europeo.

Desidero ricordarlo, perchè è stato un fatto molto importante e non casuale, che siano state le elette del partito comunista, in modo particolare la compagna Marisa Rodano, che hanno lavorato, che hanno dato il maggior contribu­to all’elaborazione di una mozione che è stata votata da tutti i parlamentari europei della sinistra (cosa non frequente nel Parlamento di Strasburgo) e che ha creato anche delle contraddizioni in altri gruppi e delle convergen­ze con donne di gruppi conservatori.

Nonostante tutto ciò permane uno scarto tra le acquisizioni e posizioni a cui siamo giunti sulla questione femminile e l’attuazione di esse, nella politica generale, nelle iniziative concrete e nella stessa vita del partito: fino all’atteggiamento personale, al costume, allo stile nei rapporti con le compagne. Il superamento di questo scarto è diventata ormai condizione indispensabili, imprescindibile per una generale avanzata del partito, per l’affermazione della sua politica complessiva, dato che incorporando in essa le questioni poste dalle donne e dai loro movimenti, la nostra politica acquisterà maggiore incisività, una nuova grande ricchezza, anche modificandosi laddove deve essere modificata. A questo fine si imporranno pure decisioni pratiche che le commissioni hanno studiato e che fra poco sentiremo.

Io vorrei soltanto riferirmi a due di queste decisioni che sono state proposte. Mi pare opportuna la proposta di portare in discussione i risultati di questa VII Conferenza in tutti i Comitati Federali affinchè si traggano conclusioni, si decidano misure riguardanti tutte le organizzazioni del partito, non solo le commissioni femminili. Fra queste misure naturalmente vi è anche quella, laddove si riveli necessaria (e ci sono molte organizzazioni dove è più che necessaria), dell’aumento della presenza delle compagne negli organismi dirigenti. Perchè anche il numero in questo caso conta, e voi lo sapete. Lo sanno soprattutto quelle di voi che sono sole, o quasi sole, negli organismi dirigenti e nelle istituzioni.

Circa la proposta di costituire una commissione del Comitato Centrale sulle questioni dell’emancipazione e della liberazione della donna, non mi pare che ci possano essere obiezioni politiche di principio; essa sarà sottoposta alla decisione del Comitato Centrale che è l’organo competente.

Credo, compagne, che possiamo essere complessivamente soddisfatti di questa Conferenza, non solo per le conclusioni cui è giunta sulle questioni politiche, sui problemi più acuti che erano stati messi in discussione, ma anche perchè in essa e nelle tante Conferenze Provinciali, pur nella diversità di generazio­ni (di formazione culturale, di esperienza politica, di posizioni professiona­li e anche di temperamento delle compagne) è emersa una comune forte passione e determinazione nell’impegno, una grande volontà di lottare e di lavorare per le donne e per il partito; con la convinzione di poter aiutare il partito a fare cose importanti e nuove.

Impegniamoci tutti, compagni e compagne, a far sì che questo potenziale così grande di energie e di idee, dia nuovo impulso a lotte di emancipazione e liberazione delle donne, che segneranno anche un’avanzata del nostro partito e che daranno una qualità più elevata alla nostra politica e anche una maggiore ricchezza umana a ciascuno di noi stessi.

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