Intervista a cura di Carlo Casalegno, Europa, supplemento mensile del­la Stampa, 3 febbraio 1976

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Si avvertono nuovi segni di tensione tra Usa e Urss. Pensa, onorevole Berlinguer, ch’essa renda più improbabile la realizzazio­ne del compromesso storico?

L’ipotesi d’un ritorno alla guerra fredda non mi pare ragio­nevole. Anche se alterna momenti di slancio a battute di arresto, la distensione risponde a necessità oggettive; salvo fatti catastro­fici, dovrà continuare. Essa non favorisce soltanto sviluppi demo­cratici e trasformazioni economiche e sociali avanzate nei paesi capitalisti; esercita influssi positivi anche all’est.

Festeggiando in Roma Dolores lbarruri, lei ha detto che oc­corre superare le interpretazioni scolastiche, dogmatiche della dot­trina marxista. Le controversie dottrinali e politiche dei partiti comunisti italiano, francese, spagnolo con Mosca hanno indotto taluni commentatori a parlare di un «terzo scisma» dopo quelli di Tito e di Mao. Non è contraddittorio che il suo partito accetti di partecipare, sia pure sotto precise condizioni, alla conferenza comunista paneuropea? Un rifiuto non sarebbe la prova più con­vincente dell’autonomia che il Pci afferma d’aver conquistato?

Noi, con altri partiti dell’occidente europeo, lavoriamo da tempo per adeguare le interpretazioni della dottrina marxista e la nostra azione politica alle realtà storiche e politiche dei singoli paesi e di tutto l’occidente, liberandoci da ogni dogmatismo, of­frendo un contributo originale al pensiero marxista, aprendo un nuovo dibattito con i partiti socialisti. Ma l’autonomia di azione politica e di ricerca teorica, la nostra indipendenza organizzativa e la fine di ogni partito-guida e di ogni Stato-guida, i rapporti co­struttivi con i socialisti non significano né che noi vogliamo di­ventare socialdemocratici, né che cessiamo di essere internaziona­listi (anche se il Pci non appartiene ad alcuna Internazionale).

Noi siamo contrari al fatto che esistano direttive comuni e vincoli organizzativi: siamo però favorevoli a trovare punti di co­mune ricerca e collaborazione. A questo scopo risponde anche l’ini­ziativa che noi stessi abbiamo preso, insieme al partito polacco, di convocare una conferenza paneuropea dei partiti comunisti, che abbia come tema lo sviluppo della distensione e della cooperazione tra tutti i paesi europei. Naturalmente, i nostri maggiori sforzi sono rivolti ad aprire vie originali per la trasformazione democra­tica in direzione del socialismo del nostro e degli altri paesi del­l’occidente europeo. Per questa ragione noi ricerchiamo l’incontro e la collaborazione non solo con i partiti comunisti, ma anche con i partiti socialisti e con altre forze operaie, popolari e democra­tiche di questa parte dell’Europa.

Non si può negare che, soprattutto in politica estera, il Par­tito comunista italiano appaia allineato con Mosca e i suoi amici, e assai lontano invece da Pechino.

Il Pci non è allineato con alcuno Stato o partito. La nostra autonomia di giudizio si è espressa in varie occasioni anche nei confronti della vita sovietica e di certi aspetti della politica del­l’Urss. È vero che noi approviamo l’ispirazione fondamentale della politica di coesistenza pacifica e di distensione tenacemente per­seguita dall’Unione Sovietica. Ma non comprendiamo perché ciò possa suscitare sorpresa: sarebbe da irresponsabili non riconoscere noi ciò che è largamente riconosciuto, e cioè che la politica di pace dell’Unione Sovietica risponde agli interessi generali di tutta l’umanità.

Per quanto riguarda la Cina, la nostra posizione si può riass­umere in questi punti: 1) siamo risolutamente contrari a ogni condanna della Cina e del Partito comunista cinese; 2) non espri­miamo giudizi sulla situazione interna cinese perché, non avendo la possibilità di conoscerla, sarebbe dar prova di leggerezza; 3) critichiamo invece certi aspetti della politica estera cinese, quali la polemica contro la distensione, la scelta come interlocutori privilegiati in Europa di conservatori o reazionari come Heath o Strauss o Fanfani, e le posizioni prese sull’Angola, la Spagna, il Cile.

Se partecipasse al governo, il Pci come potrebbe conciliare la solidarietà verso le forze «antimperialistiche» con gli impegni italiani nella Nato?

Tra i due fatti non c’è contraddizione. Abbiamo precisato nell’ultimo congresso, e poi confermato, che il partito comunista non vuole l’uscita unilaterale dell’Italia dalla Nato, perché un atto simile pregiudicherebbe la distensione. Infatti, solo gradualmente e solo attraverso la distensione sarà possibile superare definitiva­mente i blocchi militari e fondare la sicurezza di tutti i paesi su altre basi. Ma pur accettando chiaramente le attuali alleanze del­l’Italia, noi comunisti chiediamo che sia respinta ogni ingerenza straniera nella vita e nelle decisioni politiche interne.

Nell’Europa occidentale corre una frontiera tra i paesi latini e cattolici, con una forte presenza comunista, e la grande fascia anglogermanica, dove i comunisti quasi non esistono e anzi susci­tano reazioni ostili. La partecipazione al governo dei comunisti italiani, o francesi, o spagnoli, non potrebbe ostacolare i progressi verso l’unità europea?

Non ritengo che i partiti comunisti siano una forza trascu­rabile nel centro e nel nord dell’Europa. Ma poi non vedo per­ché debba determinarsi una spaccatura fra paesi ove i comunisti sono forza di governo e altri paesi dell’Europa occidentale in cui non lo sono. Oltre tutto, vi sono le condizioni per un dialogo proficuo tra comunisti, socialisti e socialdemocratici, perché la crisi e le devastazioni della società capitalistica spingono tutti i partiti operai e popolari a ripensare la loro politica e la loro stessa dottrina.

Sugli eurocomunisti l’Economist ha scritto: «Sono a mezza strada verso l’indipendenza, a mezza strada verso la democrazia». Insomma: un programma comunista è realizzabile nel rispetto della democrazia?

Nego che siamo «a metà strada» verso l’indipendenza: la nostra indipendenza – come ho già detto – è totale. E totale è anche la nostra adesione alla democrazia e alle sue regole. Ab­biamo spiegato e ripetuto che l’avvento alla direzione politica delle classi lavoratrici può e deve essere realizzato in Italia nel totale rispetto degli istituti democratici, dei principi di libertà e delle indicazioni trasformatrici della nostra Costituzione. Sappiamo che la costruzione della società socialista – che pure è oggi oggetti­vamente matura e necessaria per la salvezza dell’Europa – pone delicati problemi: economici, come il rischio di cadute brusche nello sviluppo produttivo, e politici, come quello di evitare tenta­zioni autoritarie.

Con queste preoccupazioni abbiamo elaborato il nostro pro­gramma di rinnovamento e di unità, riteniamo necessarie varie forme di gestione economica, riconoscendo ampio spazio all’im­presa privata entro una programmazione pubblica nazionale, ela­borata e attuata democraticamente. In quanto alle tentazioni auto­ritarie, il modo più sicuro di evitarle è quello di dare al potere politico la più ampia base di consenso e di partecipazione dei cit­tadini, realizzare un’alleanza tra tutti i partiti popolari e antifa­scisti, e tener vivo e sviluppare lo spirito di attaccamento dei cit­tadini alle libertà.

Un autorevole giornalista americano, Christopher, di News­week, ha scritto che ormai conviene chiedersi non come si debba giudicare il compromesso storico, ma quando e come verrà realiz­zato. Che potrebbe fare il Pci dividendo il potere nell’Italia d’oggi con alleati-avversari?

Non so se il compromesso storico sia ineluttabile; certo lo considero necessario, nell’interesse nazionale. I tempi esigono di introdurre una novità sostanziale nella direzione politica del paese, dopo che si sono sperimentate varie forme di coalizioni, tutte senza di noi. La presenza del Pci al governo non sarà di per sé taumaturgica; ma per superare questo periodo è indispensabile la collaborazione di un partito che raccoglie il 33% dei suffragi, che ottiene la fiducia dalla maggioranza dei lavoratori e da un’altis­sima percentuale degli operai, e può restringere il solco fra lo Stato e le classi popolari. Non si esce dalla crisi senza duri sforzi; non vedo quale governo avrebbe, senza la partecipazione del Pci, l’autorità politica e morale sufficiente per chiedere questi sforzi, e per garantire che essi siano divisi con equità e rivolti alla crea­zione di una società più giusta.

Onorevole Berlinguer, pensa che la recisa opposizione della Santa Sede e dei vescovi italiani possa rivelarsi un ostacolo insu­perabile al vostro incontro con i democristiani?

I documenti dell’episcopato costituiscono una interferenza cle­ricale che va condannata e respinta in linea di principio. I loro aspetti politici possono forse avere un effetto frenante, che però non va sopravvalutato. I vescovi italiani, salvo eccezioni, avevano resistito alla svolta impressa alla vita e all’opera della Chiesa dal Concilio Vaticano II voluto dal pontefice Giovanni XXIII, ma non hanno potuto impedire che essa penetrasse nella coscienza dei cat­tolici italiani. Sui recentissimi documenti dell’episcopato italiano hanno probabilmente pesato le inquietudini di certo mondo catto­lico per le sorti del comune di Roma, ciò che espone i vescovi al sospetto di voler difendere amministrazioni responsabili di im­mensi guasti anzitutto morali. Certo la Dc non ha reagito con chia­rezza alle interferenze clericali di questi ultimi anni, ma le vicende italiane dimostrano quanto sia cresciuta tra i cattolici la coscienza che l’impegno politico è autonomo, è laico.

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