Intervista con il segretario del Pci, Berlinguer di Luca Giurato, La Stampa, sabato 26 maggio 1979

«La Dc non può considerare il governo suo appannaggio»

«Siamo convinti che l’intesa tra il Pci e il Psi, ciascuno nella propria autonomia, è una condizione essenziale per una più solida unità democratica» – «I dirigenti radicali hanno come stile il dileggio di tutti e come programma l’anticomunismo; non sono una forza di sinistra»

 

Lei sostiene che «è possibile un nuovo colloquio con la Dc». Un autorevole giornalista comunista scrive invece che la maggioranza di unità nazionale sembra definitivamente finita sotto i colpi delle polemiche elettorali. Chi ha ragione? Inoltre il Pci denuncia un clamoroso revival di integralismo nella Dc.

«Quello che lei chiama revival integralistico — cioè l’aumentata arroganza di potere dei Forlani, dei Bisaglia, dei Donat-Cattin — dipende proprio dal fatto che il gruppo che fa capo e sta attorno a Zaccagnini (gli ex «amici dell’on. Moro») ha finora voluto arrestare il partito comunista “alla soglia“, ma non oltre, della corresponsabilità di governo piena e in condizioni di pari dignità. Il ripiegamento di Zaccagnini e dei suoi di fronte alla spavalderia dei gruppi più chiusi, retrivi e anticomunisti della Dc è conseguenza proprio di mancanza di coraggio, di determinazione e di fiducia in sé stesse delle forze più democratiche e aperte di questo partito. Tali forze, a mio parere, possono ritrovare vigore e autorevolezza solo se sapranno liberamente avvalersi della nostra limpida e aperta politica unitaria e democratica, degli sviluppi della nostra elaborazione ideale: e solo cosi potranno anche fronteggiare e superare i loro avversari interni. La regola a cui si sono attenuti e, come ci dicono le cronache, si attengono gli integralisti (regola che finora non ha subito mai deroga) è quella di far leva sulle divisioni tra le grandi correnti popolari e democratiche del nostro paese, di sfruttare le loro oscillazioni e incertezze, oggi quanto mai palesi nella Dc e nel Psi».

 

Voi, mettendo in crisi il governo — e quindi in difficoltà la maggioranza Dc, che aveva aperto le porte ai comunisti sino alla soglia della «stanza dei bottoni» , non vi sentite un po’ responsabili del presunto rilancio integralistico di alcuni settori Dc?

«Noi siamo usciti dalla maggioranza, oltre che per la violazione dì precisi impegni programmatici presi con noi, per denunciare la chiara involuzione politica in atto nella Dc. E i fatti ci hanno dato ragione. Chi dà il tono alla campagna elettorale della Dc sono oggi gli avversari della politica di solidarietà democratica. Ecco perché noi diciamo che quella parte dell’elettorato democristiano che ha creduto nel rinnovamento (anzi, addirittura nella “rifondazione”) del suo partito non può certo avallare, in coscienza, un simile ritorno all’indietro dei suoi dirigenti, non può premiare col voto una politica democristiana che, come quella di oggi, punta alla restaurazione di un passato fallimentare, alla perpetuazione di una de più vecchia che mai. Gli stessi elettori democristiani che vorrebbero una Dc rinnovata e più aperta hanno tutto l’interesse a negare il loro voto alla Dc come si presenta oggi. Più voti all’attuale Dc significherebbe, infatti, incoraggiare quelle sue forze più chiuse che in essa hanno preso oggi il sopravvento».

 

Si dice che l’eurocomunismo sia finito prematuramente. In effetti, i rapporti tra Pc d’Italia, Francia e Spagna si sono rarefatti, le divergenze si sono accentuate. La stessa parola «eurocomunismo» si è sentita solo due volte dalla tribuna dell’ultimo Congresso del Pci. L’eurocomunismo è veramente finito oppure sta rinascendo con vesti diverse ed inedite?

«Solo commentatori prevenuti o superficiali possono avere pensato che quel fenomeno che va sotto il nome di eurocomunismo fosse un fatto compiuto una volta per tutte, belle pronto, uniforme, o fosse un nuovo centro organizzato, un nuovo modello: ma siccome ciò non è stato, allora l’eurocomunismo è finito e non esiste più. In realtà l’eurocomunismo è una costruzione che comporterà un prolungato sforzo: ma si tratta anche di una costruzione che ha fondamenta storiche, politiche, culturali, e ad essa è assicurata un’ampia prospettiva.

L’eurocomunismo non è nato improvvisamente, ma come espressione di una maturazione, di uno sviluppo, non solo quantitativo, del movimento operaio dell’Europa occidentale e, in particolare, dei suoi partiti comunisti più forti, che è ancora in corso. Se in questi anni se ne è parlato molto, ciò dipende sia dalla forza e tempestività di iniziativa politica dei partiti comunisti, sia dall’incapacità delle vecchie classi dirigenti europee a fare uscire i propri paesi dalla crisi a cui esse li hanno condotti. E un grande numero di cittadini ha cominciato ad avvertire la necessità di una trasformazione del nostro continente in senso socialista, ed ha scorto in alcuni partiti comunisti i principali protagonisti dell’impegno in direzione di tale cambiamento politico. Ma proprio l’obiettivo di rinnovare l’Europa occidentale da una parte induce ciascun partito comunista ad un’autonoma condotta in campo nazionale, che rispetti le peculiarità di ogni paese; dall’altra, avvicina su punti non trascurabili tutte le forze europee del movimento operaio, progressiste e democratiche, laiche e cattoliche.

Forse il merito maggiore dell’eurocomunismo sta proprio nell’avere elaborato una strategia politica per l’Europa che permette la convergenza dì forge diverse, ma tutte tese a superare positivamente la sclerotica situazione in cui ci troviamo. Perciò, quando vengono registrate, ad esempio, alcune divergenze, tra noi e i compagni francesi, è ridicolo parlare di fine prematura dell’eurocomunismo, o di una sua prossima riedizione in nuova veste. Si tratta in realtà della dialettica naturale di un processo di crescita che è certo complesso ma ha già dato i suoi frutti su molti terreni c desta l’interesse e stimola la collaborazione di importanti e differenti forze politiche europee, sia di indirizzo socialista che cristiano. Riguardo al nostro Congresso a me pare che esso ha rappresentato un nuovo passo avanti nel definire gli obiettivi di carattere internazionale, europeo e italiano dell’eurocomunismo».

 

La proposta di Piccoli su un cambiamento, tutto da studiare, del sistema proporzionale in maggioritario è stata brutalmente bocciata dal Pci.

«La sua domanda mi obbliga a ripetere un ragionamento molto semplice, che la Dc non vuole capire ma che io spero comprendano le elettrici e gli elettori. I dirigenti del partito democristiano, con la loro posizione di cieco rifiuto della nostra proposta, si assumono una pesantissima responsabilità. Se la Dc dicesse: “Io non me la sento di andare e di stare al governo insieme al Pci“, questa sarebbe una scelta che riguarda la Dc e della quale, quindi, non si potrebbe che prendere atto. Ma la Dc non dice questo. La Dc dice: “Il Pci non deve andare al governo“, e questa è una pretesa assurda, rivelatrice di una concezione esclusivistica del potere, perché sta a significare che la Dc considera il governo suo appannaggio e prerogativa inalienabile, che essa si identifica col governo e, sulla base di questa identificazione, vorrebbe imporre veti e discriminazioni, fare il governo come meglio le conviene. L’on. Piccoli è giunto fino a prospettare una nuova legge elettorale truffa proprio in conseguenza dì questa concezione deformata del potere che ha la Dc».

 

Ma cosa accadrà se le elezioni del 3 giugno riproporranno più o meno la stessa situazione di tre anni or sono? Voi volete andare al governo; la Dc dice di no. Si prepara un quarto scioglimento anticipato delle Camere?

Se dopo il 3 giugno la Dc si intestardisse su tali posizioni i casi sono due: o essa riesce a fare il governo in base ai suoi veti, e con alleati che li accettano, e in tal caso il Pci sta all’opposizione; oppure la Dc non ci riesce, e allora i casi sono tre: o non si fa alcun governo, e allora, per colpa della Dc, si avrebbe (e sarebbe davvero gravissimo), il quarto scioglimento anticipato delle Camere in sette anni; o si fa il governo che proponiamo noi, il governo di piena ed effettiva solidarietà democratica, comprendente non solo parlamentari indipendenti eletti nelle liste comuniste, ma anche rappresentanti diretti del Pci; o si fa un governo senza la presenza della Dc, cioè con la Dc che sta nella maggioranza parlamentare che sorregge il governo, ma non sta dentro il governo. La nostra posizione dunque, non è, come dice Croci, l’immagine rovesciata di quella della Dc: noi non poniamo veti e non avanziamo pretese o pregiudiziali. Noi diciamo: “Se la Dc non vuol stare nel governo più solido e serio che si possa fare, cioè un governo comprendente anche il Pci, se ne prenda atto: ma poiché è interesse vitale di un paese attanagliato da una crisi gravissima come il nostro che un governo ci sia e che tale governo sia formato sulla base del più ampio consenso possibile, nel segno della solidarietà e con uno spirito di massima collaborazione, ebbene questo governo si formi, almeno per ora senza la Dc e la Dc lo sostenga e lo controlli dall’esterno”. Noi comunisti, quindi, di fronte alla posizione meramente negativa di parte della Dc, non rispondiamo con una rottura; rispondiamo invece con un’offerta costruttiva, responsabile. E’ la Dc, in altri termini, che ha paura di noi, e fugge via, mentre noi non temiamo la Dc, non avremmo paura di governare con essa: e però, ecco il punto, non rifuggiamo dal prenderci la responsabilità di governare insieme ad altri partili anche senza ministri democristiani, anche con una Dc che sta solo nella maggioranza come ci siamo stati noi e gli altri partiti mentre la de stava al governo da sola».

 

Questa campagna elettorale, al di là delle esigenze polemiche di ogni partito, registra un deterioramento senza precedenti dei rapporti tra i due partiti della sinistra storica, il Pci e il Psi, e nei rapporti tra il Pci e i radicali. E’ tutta colpa degli altri? Il Pci non ha proprio autocritiche da farsi?

«Noi abbiamo fatto le nostre autocritiche, e le abbiamo fatte non in segreto ma pubblicamente, sulla nostra stampa, nei nostri Comitati Centrali, nel nostro recente Congresso. Badi bene, però: la nostra autocritica ha messo in luce che gli errori commessi erano dovuti più a una eccessiva preoccupazione di ricercare e conservare l’unità e la collaborazione con la Dc e con gli altri partiti democratici che non ad atteggiamenti settari e intolleranti nei loro confronti. «Le polemiche sollevate contro di noi, aspre e spesso pretestuose, le pretese di farci l’esame di democrazia, il rifiuto delle nostre proposte, anche le più comprensive delle esigenze altrui, ci hanno costretto a rispondere con pacatezza, ma con estrema fermezza, non siamo un partito che può sopportare di essere calunniato o preso in giro o considerato come una forza subalterna, che subisce ricatti e imposizioni altrui. «Le tensioni non le abbiamo provocate noi: adesso ci sono, ma faremo di tutto, per quanto sta in noi, per attenuarle e superarle, specie per quanto riguarda i rapporti con il Psi. Noi siamo sempre convinti che l’intesa trai Pci e il Psi — ciascuno nella propria autonomia — è una condizione essenziale per una più solida politica di unità democratica. Se si esasperano i rapporti tra Pci e Psi si fa un favore alla Dc. Solo che non dipende tutto da noi.
Quanto ai radicali, il problema è diverso. I loro dirigenti hanno come stile il dileggio di tutti e come programma l’anticomunismo. Essi non sono una forza di sinistra. E lo dimostrano anche le simpatie e gli incoraggiamenti che ricevono da uomini e giornali di destra e persino di estrema destra».

 

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