Intervista a Ferdinando Adornato, l’Unità, 18 dicembre 1983


 

Quando hai letto 1984 e che reazioni ti ha suscitato?

    Lo lessi nel 1950, appena uscito in edizione italiana. E la reazione che ebbi allora fu probabilmente molto influenzata dall’utilizzazione che del libro si fece durante la Guerra Fredda: antisovietica e anticomunista. Tutti videro infatti nello Stato descritto da Orwell una metafora dell’Unione Sovietica. Oggi non è più così. Oggi lo si può rileggere con maggiore distacco e anche apprezzarne alcune intuizioni. Tuttavia mi pare che quel romanzo contenga un decisivo difetto: è pervaso da un’ossessione sull’ineluttabilità della fine dell’individuo e delle sue espressioni che ne condiziona l’impianto. E ne condiziona anche la profezia. Orwell lo scrisse nel 1948. Bene, cosa è successo nel mondo da allora? Certo, abbiamo assistito anche al rafforzamento di tendenze autoritarie e dispotiche, ma il segno di fondo dei processi storici mondiali è stato un altro: pensa al grandioso processo di liberazione costituito dal crollo degli imperi coloniali e quindi dal risveglio di interi popoli prima abbruttiti (e non certo abbruttiti dall’uso dei computer); pensa ai nuovi traguardi raggiunti nel riscatto delle masse proletarie e povere dei paesi industrializzati, pensa al processo di liberazione delle donne. Tutti questi dati, visti nel loro insieme, cosa altro sono se non gli indicatori di un generale processo mondiale di elevazione culturale degli uomini? No, se guardiamo alla storia del secondo dopoguerra ci accorgiamo che il mondo ha tradito la «profezia» di Orwell. Il mondo è andato in un’altra direzione.

Sì, ma la rivoluzione elettronica è appena agli inizi. I suoi sviluppi sono ancora inimmaginabili. Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo? Ti segnalo un dato curioso: allora il libro fu interpretato come una metafora del dispostismo sovietico. Oggi uno storico di quel paese come Medvedev sostiene che i computer apriranno un processo di liberalizzazione. Invece in America, proprio lì dove l’elettronica è più avanti, sta nascendo una grande paura.

    Credo che l’atteggiamento più corretto di fronte a certe nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come «neutrali”. L’esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro: io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l’uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall’altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà.

E per quanto riguarda l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti?

    I dati che mi ha riferito sono interessanti. Tuttavia io non mi sentirei di fare una profezia in quel senso. Non mi sentirei di dire che in Unione Sovietica i computer porteranno sicuramente a una liberalizzazione e che negli Stati Uniti invece si andrà verso un’involuzione. Le profezie lasciamole ad Orwell. Anche se le ha sbagliate.

In sostanza tu dici: si apre una lotta sul «controllo» di questa rivoluzione, Carlo Bernardini segnala però che sia URSS che USA fanno affidamento sulla passività dei sudditi. Ora questa passività è un ostacolo nella lotta per il «controllo» delle nuove tecnologie…

    Non limiterei l’osservazione di Bernardini soltanto alle due massime potenze. I governi di quasi tutti i paesi del mondo contano sulla passività dei loro sudditi, anche se in modi diversi e con diversi gradi di oppressione. Solo in periodi limitati, generalmente nei periodi rivoluzionari o postrivoluzionari, o comunque nei periodi nei quali si è sentita la necessità e si è saputo e voluto aprire fasi nuove nella vita dei popoli, si sono avuti governi che contavano sull’iniziativa delle masse.

Ma se tu guardi al mondo di questo 1984 che sta per aprirsi, dove metti l’accento: sulla passività o sui nuovi scenari di iniziative e a creatività?

    Dipende. Può cambiare il giudizio a seconda delle questioni e dei paesi di cui si discute. Però io considero il movimento per la pace come un fatto di grandissima importanza di tutte le nostre epoche e destinato ad altrettanti grandi sviluppi. E non solo perché è un movimento diretto a contrastare e a sventare il pericolo supremo della guerra atomica. Ma anche perché è un movimento che, nelle sue diverse espressioni internazionali, parte da una presa di coscienza che coinvolge tutti i dati della vita di questa nostra civiltà. Esso esprime la volontà di milioni di uomini di non lasciare che le questioni fondamentali della loro vita, il loro futuro siano decisi da altri: dai governi, dagli apparati, dai complessi militari-industriali. No, io non vedo solo il pericolo della passività. Piuttosto segnalerei il pericolo di nuove espressioni di fanatismo ideologico o religioso che possono, in qualche paese, prendere il sopravvento.

Anche in Occidente?

Sì. Non mi riferisco solo a Khomeini. La stessa politica di Reagan non chiede agli americani elementi di forte adesione ideologica ai suoi «princìpi»? E per definire l’Urss, Reagan non ha forse usato un’espressione medioevale come «Impero del Male»? E ancora: negli ultimi anni non si è andata diffondendo, in più di uno Stato, una forte ventata di nazionalismo?

Parli del conflitto anglo-argentino sulle Falkland?

Anche. I generali argentini hanno fatto il «colpo» avanzando una rivendicazione che poteva anche essere giusta perché significava in sostanza la fine di un residuo coloniale: ma l’hanno fatto al solo scopo di recuperare per quella via una crisi di consenso interno che stava diventando inquietante. E del resto, fino alla sconfitta, la loro operazione «popolare» era riuscita. E in Inghilterra si è fatto lo stesso. Si è fatto leva sull’orgoglio ferito. E anche nella sua reazione la signora Tatcher ha potuto contare su un vasto appoggio di opinione pubblica. Ma non ci sono state solo le Falkland. Lo stesso è avvenuto con Reagan a Grenada. E anche con la Francia nel Libano. Mi sono molto preoccupato nel leggere le percentuali di adesioni che i sondaggi francesi assegnavano alla rappresaglia militare. Mi sono preoccupato perché anche un governo di sinistra ha dato l’impressione di voler contare su sentimenti di tipo imperialistico.

Ma il nazionalismo è una tradizione francese per eccellenza. Non hai sempre detto tu stesso che un governo delle sinistre non può opporsi alle tradizioni del suo paese?

    Non può e non deve opporsi alle tradizioni buone, ma deve opporsi a quelle regressive.

Abbiamo toccato il tema della Sinistra. Approfondiamolo per un attimo. Molti interventi segnalano, con grande allarme per il futuro, il ritardo culturale e politico della Sinistra di fronte ai temi della rivoluzione elettronica. È anche un tuo giudizio?

    Prima di tutto c’è da dire che in Italia i governi non hanno avuto e non hanno neanche la minima consapevolezza dell’esistenza di questi problemi. Lo dimostra lo stato della ricerca. Come partito noi abbiamo cominciato ad affrontare in diverse sedi questi problemi. Ma certo il ritardo c’è. E ciò, nonostante intellettuali e studiosi di sinistra abbiano già elaborato importanti analisi su questi argomenti. Direi che il ritardo sta soprattutto nella consapevolezza generale del partito e della gente dell’importanza di questi temi. Su questa questione l’Italia si gioca infatti la sua appartenenza all’area dei paesi industrializzati.

Non pensi che sarebbe utile se il Pci, anticipando il governo, convocasse una grande conferenza nazionale come sbocco di studi e analisi sul futuro dell’Italia elettronica?

    Avevo proposto circa un anno e mezzo fa, al Congresso della Fgci, l’idea di un convegno di futurologia che affrontasse non soltanto i problemi dell’economia e dell’industria, ma tutto intero l’arco delle questioni del nostro futuro…

Forse hai scelto una parola sbagliata: futurologia fa pensare più alla fantascienza che a una concreta «programmazione» del futuro…

    Ho usato quel termine per segnalare che oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria «crisi del mondo». Viviamo in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo sia per le possibilità che per i rischi. L’allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l’elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l’aria che respiriamo, l’atmosfera e la toposfera della terra. Grava infine sull’umanità l’incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari. Ecco perché pensavo ad un convegno che mettesse insieme studi e analisi di ambiti diversi: le scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, informatiche, mediche. In sostanza, dunque, un convegno che guardasse al futuro con un po’ di fantasia ma sempre sulla base delle acquisizioni e previsioni delle varie scienze. Ritengo che sia stato un errore non esserci ancora arrivati.

E perché non ci si è arrivati?

    Le cause sono tante, ma io ne voglio sottolineare una. In questi ultimi anni ci siamo giustamente concentrati sul tema della lotta contro la guerra. E c’è ancora tanto da fare perché in Italia si estenda la consapevolezza, che nella RFT è più estesa che da noi, che la guerra è davvero possibile. D’altra parte, però, bisogna stare attenti che la paura della distruzione totale non diventi così ossessiva e stringente da impegnare tutte le energie e impedire di pensare ad altro. Questo sarebbe una vittoria degli strateghi del terrore. C’è infatti chi ha interesse a farci «convivere» col rischio perenne della guerra impedendoci di vedere non solo che la guerra si può sventare ma che si può, già oggi, vivere in modo diverso.

Insistiamo ancora sul tema dell’elettronica. Come deve prepararsi il partito ad affrontare questa nuova epoca?

    Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. A tutti i livelli. Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini. Ma bisogna anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale del partito. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con le lotte sindacali e politiche si deve poi intervenire in questi processi, per evitare che essi assumano un carattere selvaggio e si risolvano in un danno per i lavoratori. Ma la tendenza è quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch’essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani…

 

Si può arrivare a dire che i lavoratori intellettuali sostituiranno la classe operaia tradizionale?

    È una domanda che si spinge molto avanti nel tempo. Forse avanti di alcuni decenni. Comunque già oggi i processi industriali spingono a far sostituire da questi strati notevoli settori di classe operaia. Mi pare però che sia assolutamente da respingere l’idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica.

Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora un senso un partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti? L’elettronica non spezzerà il circuito della partecipazione?

    La questione esiste ed è anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il PCI e i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell’associazione collettiva. Io francamente credo che questa esigenza sia una esigenza irrinunciabile dell’uomo e continuerà ad esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica…

Ma già si parla di «democrazia elettronica»: la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dall’amministrazione…

    La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni. Vedi per esempio, nella nostra i movimenti pacifisti, i movimenti ecologici, quelli che, in un modo o nell’altro, contrastano la omologazione dei gusti e il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.

Quindi tu non credi che anche i partiti storici come quelli della vecchia Europa possano diventare solo dei partiti-immagine…

    Possono, certo che possono. Ma intanto bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d’opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell’uomo in generale.

Il rischio segnalato dagli intellettuali che si occupano di queste materie è che l’immagine tende progressivamente a svuotare di significato le parole, i contenuti, la sostanza di una linea, per appiattirla al modello pubblicitario. Vince chi ha la reclame più efficace…

    Dietro a questa e ad altre paure che vengono segnalate rispetto alla rivoluzione elettronica c’è spesso un tradizionale sentimento delle elite intellettuali, che di fronte a tutti i fatti che significano socializzazione della cultura o della politica si ritraggono con l’impressione che questo poi finisca per schiacciare la vita dell’individuo, la creatività, l’arte. Del resto è stato così anche per Orwell. E non era neanche una grandissima novità perché era stato preceduto da altri che avevano la stessa «ossessione» ed erano anche scrittori più raffinati di lui come Huxley. Io credo che, in linea generale, bisogna avere un atteggiamento critico verso questi sentimenti che, anche quando non esprimono la volontà di mantenere esclusive certe posizioni di privilegio intellettuale, finiscono per opporsi alla diffusione della cultura.

Gunther Grass, nel suo articolo dice: sì, d’altra parte gli intellettuali sono poi pronti a sostenere il contrario il giorno dopo che le rivoluzioni sono avvenute…

    No, io non sto accusando gli intellettuali di opportunismo. Dico solo che, in genere, l’intellettuale non accetta volentieri i fenomeni di socializzazione e teme spesso, ma sinceramente, in buona fede, che la massificazione possa portare a una caduta di “tono” della civiltà. Del resto questo nella storia è già accaduto. L’entrata di nuove masse nella storia talvolta ha prodotto davvero la caduta di intere civiltà. In fondo l’Impero Romano non è stato travolto dai barbari che erano appunto «popoli nuovi»? Ma era un fatto ineluttabile. Non ci si può opporre ad avvenimenti di questo genere schierandosi con il vecchio o cercando di mantenere un carattere chiuso al patrimonio culturale. Perché, portata all’estremo, questa diventa una posizione reazionaria. I periodi di grandi trasformazioni possono anche comportare, temporaneamente, abbassamenti del livello culturale, della creatività, della creazione artistica, ma, insieme, mettono in campo nuove energie, nuovi intelletti, nuove forze. Conta in modo decisivo la capacità di orientare e governare questi processi.

Renzo Vespignani dice: il computer ucciderà l’arte e la creatività. E credo che più in generale si possa accoppiare a questa osservazione la paura di nuove solitudini, di nuove alienazioni che in generale accompagnano ogni progresso tecnico.

    Ma ogni progresso tecnico crea anche nuovi bisogni e nuovi fenomeni di associazione e di solidarietà. Almeno nella prima e nella seconda Rivoluzione industriale così è avvenuto.

D’accordo, ma tu come te la immagini una vita nella quale si passa ore ed ore a casa di fronte a uno schermo gigante, nella quale si hanno a disposizione videocassette che renderanno forse inutile la scuola così com’è? Come la immagini una vita incasellata di ragazze, studenti, impiegati che troveranno ogni forma di socialità già bell’e pronta dentro casa?

    Intanto bisogna vedere quali sono i contenuti di queste trasmissioni ricevute a casa. Il contenuto può essere tale da spingere gli uomini in una situazione di maggiore solitudine, di maggior frustrazione, di maggiore ostilità nei confronti degli altri oppure può avvenire il contrario. Io dico che dipende molto da questo. Naturalmente se questi strumenti diventeranno espressione di una spinta che punta a rafforzare sentimenti egoistici questo sarà una cosa molto negativa.

Allora tu dici: attenzione al contenuto. Il mezzo in sé non ha poteri…

No, anche il mezzo conta. È evidente che non andare per niente a scuola o andarci magari soltanto per un’ora cambierà la vita della gente. Ma questi aspetti sono oggi difficilmente immaginabili. Prendiamo l’esempio della scuola e del libro: naturalmente io adesso sosterrei che la lettura del libro è insostituibile e anzi deve diventare ancora più importante. E sosterrei la stessa cosa per la scuola, naturalmente una scuola molto rinnovata. Però, anche qui io non mi sento di fare affermazioni assolute. È difficile immaginare un computer che crei vera poesia o una opera d’arte e da questo punto di vista è difficile non tenere conto del grido d’allarme, che tu riferivi, di Vespignani. Tuttavia non si può escludere l’ipotesi che lo stesso mezzo televisivo possa produrre cose di altissima qualità che soddisfano anche le esigenze più raffinate e più creative.

Insomma la tecnologia non distruggerà l’individuo…

    Nessuna epoca ha mai raggiunto la realizzazione dell’individuo, della maggioranza degli individui. Nel passato moltissimi individui erano «distrutti» non solo sul piano morale ma anche sul piano fisico. Pensa agli schiavi nell’antichità o ai negri razziati e trasportati in America. Quante erano le persone che riuscivano a diventare «individui» nel passato? Molte meno di oggi. Ma anche nel sistema capitalistico la morte precoce per lavoro dei fanciulli nella prima rivoluzione industriale non era una distruzione? E oggi, i bambini, gli uomini, le donne che muoiono di fame, che restano analfabeti nel Terzo mondo non sono «distrutti»? Anzi in questi casi non si può neanche parlare di distruzione ma di vero e proprio impedimento della crescita e della vita dell’individuo.

Insomma «l’uomo onnilaterale» di Marx e Gramsci potrà nascere proprio dal computer?

    Mettiamola così: tutti questi mezzi danno maggiori possibilità di arrivare a una dimensione onnilaterale dell’uomo proprio perché sono portatori di un enorme arricchimento delle conoscenze, e offrono la possibilità di una cultura politecnica.

Carlo Bernardini scrive: «È  finito il tempo dei pensieri lunghi». Elmar Altvater aggiunge: non ci sono più forze in Europa capaci di esprimere grandi utopie sulla società e sullo Stato. Condividi questi giudizi?

    Credo anch’io che sia sempre più forte il bisogno di reinvestire la politica di «pensieri lunghi», di progetti. Naturalmente questi pensieri devono essere sorretti da un’analisi scientifica della realtà altrimenti i progetti si trasformano in vuote proclamazioni retoriche. Ma c’è da aggiungere una cosa: il pensiero e l’azione del movimento socialista in Italia (ma anche in tutti i paesi europei) sono stati influenzati da una visione che non era proprio di Marx e che veniva in parte dall’Illuminismo e poi dal positivismo. Sulla base di essa si concepiva la storia dell’umanità come un progresso continuo verso traguardi sempre più alti di benessere, di cultura, di democrazia. Per certi aspetti anche l’ideologia capitalistica negli anni del «boom» ha cercato di far intendere che si era entrati in una fase di inarrestabile progresso. Tutte queste ideologie si sono rivelate fallaci: non sono mai mancate nel passato, e non mancheranno nel futuro della storia dell’uomo, interruzione brusche, rotture, anche involuzioni. E sono stati possibili anche periodi di fosca tirannide, di fanatismo, di oppressione. Oggi si parla di Orwell, ma io ricordo prima di lui uno scrittore forse ancora più valido come Jack London immaginare nel «Tallone di Ferro» un periodo lungo in cui tutto il mondo civile sarebbe tornato in condizioni di assoluta tirannide. Bisogna avere coscienza che questi pericoli esistono e anche che si rappresenteranno sempre in forma diversa dal passato. Ma bisogna anche avere il coraggio di un’utopia che lavori sui «tempi lunghi» per raggiungere l’obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare consapevolmente i processi economici e sociali. Cos’è il socialismo se non questo? E’ la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità.

All’inizio dicevi che lo scenario catastrofico del futuro non lo vedi per l’elettronica ma per la guerra. Ti faccio una domanda che avrai già ricevuto centinaia di volte. Credi davvero alla possibilità della guerra nucleare globale?

    Sì, penso davvero che sia possibile. Non c’è nessuna legge storica che ci possa far dire: è impossibile. Per quanto la mente si ritragga, assolutamente inorridita, di fronte alla eventualità della fine della civiltà umana, questo non è un motivo sufficiente ad arrestare la possibilità della guerra. E direi che, negli ultimi tempi, il pericolo è diventato più reale. Infatti, mentre per una certa fase il cosiddetto «equilibrio del terrore» ha funzionato come deterrente, oggi comincia a non essere più così. Il rischio si è aggravato soprattutto per la crescente incontrollabilità dei processi economici e politici mondiali. Nello stesso tempo c’è stato un nuovo salto di qualità nella sofisticazione tecnologica delle armi. Sono stati spesi fiumi d’inchiostro, da studiosi e strateghi, per descrivere questa novità: quando ci sono strumenti coi quali si può colpire l’avversario in pochi minuti, questo può far nascere la tentazione di sferrare il primo attacco. Oppure può far sorgere la paura di riceverlo e quindi, per reazione, la tentazione di sferrarlo per primi. E poi c’è l’ormai verificata possibilità dell’errore che tanti scienziati hanno più volte dimostrato come reale. Errori ad esempio nei sistemi di avvistamento: ho letto che negli Stati Uniti sono avvenuti diversi di questi errori tutti poi corretti dopo alcuni minuti. Ed è immaginabile che altrettanto sia avvenuto in URSS. Ma questi tempi, con i nuovi missili e con altre armi, possono essere ancora ridotti e può arrivare il giorno in cui l’errore non potrà più essere corretto in tempo. E i missili, una volta lanciati, non possono essere fermati. Ma c’è di più: sento che oggi si comincia a parlare di «guerra nucleare limitata» o di «guerra nucleare vittoriosa». È già un segnale gravissimo che si parli in questi termini, che si pensi di poter uscire vittoriosi da uno scontro nucleare. E anche che qualcuno pensi di poterne uscire incolume. Questa è una concezione molto pericolosa. Ricordo un film degli anni Sessanta: «L’ultima spiaggia», di Stanley Kramer. Si svolgeva in Australia. Un’Australia che era l’unica terra risparmiata dal conflitto nucleare. Poi alla fine erano tutti costretti ad ingoiare una pillola per evitare le atroci sofferenze provocate dalle radiazioni nucleari che, lentamente, si avvicinavano anche su quella ultima spiaggia, su quella ultima terra del mondo. Già negli anni Sessanta si sapeva che un conflitto nucleare non lascia tregua a nessuno. Figuriamoci se non dobbiamo aver noi, oggi, ben viva questa coscienza.

Ecco che l’utopia torna ad avere poco spazio, pressata dall’angoscia della catastrofe…

    No, oggi noi ci battiamo per obiettivi che possiamo anche chiamare «limitati», cioè bloccare la nuova spirale in atto degli armamenti. Ma diciamo che bisogna raggiungere tappe più avanzate: il congelamento, la progressiva riduzione fino al bando completo delle armi nucleari, di quelle biologiche, di quelle chimiche. Il disarmo totale può essere considerato una «utopia»? Io dico di no. Tecnicamente oggi è possibile controllare il disarmo, mentre nel passato non era così. Io dico che esso diventerà una necessità, non solo per sopravvivere, ma anche per risolvere i problemi dell’umanità a cominciare da quelli dello sviluppo. Certo oggi il mondo sembra andare in un’altra direzione, ma io credo che questa che è stata una tipica utopia del movimento socialista ritorna oggi di grande attualità.

Uno slogan che fa parte della cultura socialista e comunista parla del «sol dell’avvenire». Da raggiungere, da conquistare, nel quale credere. In una civiltà in cui angoscia e segni di morte sembrano prevalere, ha ancora senso questo slogan?

    Intanto c’è un paradosso: sul sole dell’avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti: infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per l’uomo nasce proprio dalla possibilità di una piena utilizzazione dell’energia solare. Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all’idea del «sol dell’avvenir»! Ma tolto tutto quello che di utopistico, di millenaristico che pure nel passato questo slogan esprimeva, io credo che esso non vada affossato. Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

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