Intervista su Rinascita, n. 17, 25 aprile 1975, in occasione del 30° anniversario della Liberazione

Uno dei temi del dibattito più che storico, specie tra i giovani, è quello della Resistenza come «rivoluzione tradita». Nel tuo rapporto al Comitato centrale per il XIV Congresso – e del resto ciò è alla base della nostra analisi – tu hai parlato della Resistenza come di «una grande rottura di tutto lo sviluppo precedente», ossia come di «una grande rivoluzione democratica e popolare che cambiò alcuni dati di fondo della realtà italiana». Non quindi soltanto l’abbattimento del fascismo e la cacciata dei tedeschi, ma un fatto storico più profondo. Vuoi chiarire meglio questa valutazione?

Non so se proprio tra i giovani si adoperi tanto la formula della «rivoluzione tradita», che mi pare sia più usata da alcuni «adulti» ai quali fa difetto, ancora oggi, la capacità di comprendere pienamente le condizioni internazionali ed interne in cui si è sviluppata la lotta politica italiana dopo la caduta del fascismo, durante la Resistenza e successivamente. Una cosa è certa: la maggior parte dei giovani – e con essi grandi masse lavoratrici, noi comunisti e altre forze popolari – vogliono una società diversa da quella di oggi, cosi piena di storture e di ingiustizie, vogliono una società più libera, più sana, più avanzata. Questo fu l’obiettivo di fondo della Resistenza, obiettivo che aveva come presupposto la riconquista dell’indipendenza e della dignità nazionale, il ripristino delle libertà e l’edificazione di uno Stato democratico. È attorno a questi temi che si è svolta tutta la lotta politica e di classe in Italia negli ultimi trent’anni.

Il tentativo delle vecchie classi dominanti di svuotare o affossare le grandi conquiste della Resistenza è cominciato fin dall’indomani della liberazione, non è mai cessato e dura ancora oggi. Noi riteniamo, però, che, considerando le cose nel loro svolgersi complessivo, le forze conservatrici e reazionarie non sono riuscite a raggiungere il loro scopo. È vero che gli obiettivi della Resistenza non si sono interamente realizzati e che in varie fasi della vicenda politica di questi trent’anni i gruppi dominanti sono riusciti a dare dei colpi alle forze avanzate del movimento popolare e democratico; ed è vero, soprattutto, che essi hanno impresso allo sviluppo economico e sociale del paese, anche avvalendosi del sostegno dell’imperialismo straniero, un corso malsano e squilibrato, che è stato pagato duramente dalle grandi masse lavoratrici, e del cui peso avvertiamo oggi tutte le conseguenze.

Ma noi pensiamo che, nonostante tutto, la sostanza della grande lotta popolare e nazionale che si è espressa nella Resistenza è stata salvaguardata.

In che cosa è consistita l’essenza della Resistenza e perché si può parlare di «una grande rottura di tutto lo sviluppo precedente» o di «una grande rivoluzione democratica e popolare che cambiò alcuni dati di fondo della realtà italiana»?

Il fatto decisivo è stato l’ingresso, per la prima volta nella nostra storia nazionale, di grandi masse popolari, unite, quali artefici di una svolta rinnovatrice nella vita del paese. La principale protagonista della Resistenza è stata la classe operaia che, nel corso della lotta di liberazione, ha saputo mobilitare e organizzare vaste masse contadine del nord e del centro, ampi strati di intellettuali, studenti e altri gruppi intermedi attorno agli obiettivi e alle battaglie condotte dalle formazioni partigiane e dai Comitati di liberazione nazionale. Nelle città e nelle campagne il consenso popolare fu vastissimo. Si creò, in sostanza, una nuova unità morale e civile degli italiani. Sul piano politico questa unità si espresse nella collaborazione fra tutti i partiti antifascisti e, in modo particolare, tra le forze che si raccoglievano dietro le bandiere dei comunisti, dei socialisti, degli azionisti, dei democristiani e di altri raggruppamenti democratici. Tutti questi processi hanno dato alle istituzioni dello Stato e a tutta la vita politica basi del tutto nuove, di gran lunga più solide e più ampie di quante altre l’Italia aveva conosciuto in precedenza.

Vi fu dunque una rottura con il passato ma vi fu anche una ricomposizione unitaria di forze diverse, protese a lavorare per la costituzione di un’Italia diversa dal passato.

Si deve riconoscere, certo, che una parte notevole della popolazione, specialmente nelle regioni meridionali, non venne allora coinvolta direttamente in questo processo, vi furono strati anche popolari che assunsero una posizione estranea, e perfino ostile, a una politica di profondo rinnovamento sociale, politico e istituzionale; e di ciò si avvertono alcune conseguenze ancora oggi. Ma è anche innegabile che lo sviluppo del movimento democratico e popolare nel Mezzogiorno, quale venne avanti impetuosamente negli anni immediatamente successivi alla liberazione – e che ebbe la sua espressione più vigorosa nelle lotte per l’occupazione delle terre e per la rinascita – era anche il portato positivo della carica rinnovatrice introdotta dalla Resistenza in tutta la vita del paese.

La conquista fondamentale della Resistenza è stata la fondazione di uno Stato democratico di tipo nuovo come risultato della convergenza di forze popolari diverse e nel passato divise, ma soprattutto dell’apporto decisivo della classe operaia. E tale apporto poté essere decisivo in quanto il partito comunista seppe uscire, in un momento storicamente determinante della vita del paese, dalle angustie di vecchi orientamenti ideali e pratici – di tipo opportunistico o di tipo settario, ma comunque subalterni – che avevano caratterizzato larga parte della lotta del movimento operaio italiano, e seppe esprimere nella sua pienezza una politica di unità operaia, democratica e nazionale. È un fatto, questo, sul quale non si è forse abbastanza riflettuto e dal quale non tutti, anche tra i militanti della sinistra, hanno saputo e sanno trarre tutte le implicazioni: la classe operaia e noi comunisti siamo stati tra gli elementi costitutivi della fondazione della democrazia italiana. Lo Stato italiano ha la sua impronta di origine nell’ingresso nella scena politica delle masse popolari e dei loro partiti e nel contributo non solo di lotte ma anche di idee e di cultura di un grande partito comunista di massa.

«Sono state le masse popolari e i loro partiti – ha detto Togliatti – e non il vecchio ceto dirigente e privilegiato, che hanno organizzato e diretto la Resistenza, la guerra di liberazione, che hanno riconquistato un regime di democrazia e di progresso.» Il che rende questo Stato e questa democrazia aperti a ogni «ulteriore avanzamento». «Da questo dato di fatto – concludeva Togliatti – parte e sopra di esso si fonda tutta la situazione del nostro paese. Ed è un dato che non muta, che conserva tutto il suo valore, nonostante le trasformazioni profonde che la situazione stessa subisce.»

La riprova incontestabile di ciò è che la classe operaia, da trent’anni a questa parte, si è sentita e si sente la base fondamentale, il baluardo della democrazia repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Così è avvenuto in ogni momento in cui le libertà e le conquiste democratiche della guerra di liberazione e quelle successive sono state messe in pericolo: dal momento delle discriminazioni anticomuniste e delle persecuzioni antioperaie, antisindacali, anticontadine nel periodo di Scelba, alla lotta contro la legge truffa e contro il governo Tambroni, fino alla mobilitazione di questi anni e di questi giorni contro le trame eversive, le violenze fasciste e la strategia della tensione.

È contro questo baluardo che si sono indirizzati i colpi criminali vibrati anche in questi giorni. Il tentativo è chiaro: spezzare l’unità tra le forze antifasciste, spingendo alla rissa, alla disperazione, e così provocare il caos. Si vuole creare il disordine per invocare un ordine autoritario e liberticida. Ma questo calcolo si rivelerà ancora una volta illusorio, proprio perché il nostro partito, la classe operaia e le grandi masse che ci seguono non cadranno nella provocazione e presidieranno saldamente il terreno democratico e unitario su cui ci siamo attestati con la vittoria della Resistenza.

C’è chi si è domandato e si domanda se sull’onda della Resistenza vittoriosa si potevano realizzare trasformazioni più radicali nelle strutture economiche e sociali. Non si deve dimenticare che alcune conquiste assai importanti, anche sul terreno sociale, furono proprio allora realizzate (basti pensare alla scala mobile). Ma, pur non contestando l’utilità di una ricerca che individui possibili errori compiuti dal movimento operaio e sindacale all’indomani della liberazione, a me sembra che l’essenziale consista nel comprendere bene quali furono, nell’immediato dopoguerra e negli anni successivi, le effettive condizioni internazionali e interne nelle quali si svolgeva la lotta politica e di classe nel nostro paese. Certi obiettivi non potevano essere posti se non a rischio di compromettere le conquiste fondamentali della Resistenza, prima fra tutte la riconquistata unità della nazione. E forse sarebbe divenuto anche impossibile il mantenimento di un terreno democratico per la lotta e l’iniziativa della classe operaia, né si sarebbero garantite condizioni di libertà per la vita e lo sviluppo di tutte le altre associazioni popolari e degli stessi istituti rappresentativi.

Là dove i gruppi imperialistici e le forze reazionarie riuscirono a spingere il movimento operaio verso avventure estremistiche – come avvenne in Grecia – tutto il patrimonio e le conquiste di una Resistenza gloriosa furono compromessi, la democrazia fu soffocata per lunghi anni e il partito della classe operaia fu costretto a tornare nella clandestinità.

Qui da noi la classe operaia e il partito comunista, dando prova di realismo rivoluzionario, seppero esercitare una loro funzione dirigente pur nelle condizioni così impervie e rischiose della presenza delle truppe anglo-americane, dello sfacelo economico e di continue manovre e provocazioni di forze reazionarie interne. Tutti gli sforzi furono giustamente concentrati sull’obiettivo, necessario e realizzabile, della edificazione di uno Stato democratico, potenzialmente aperto a tutte le trasformazioni, anche sul terreno economico e sociale, che fossero state rese possibili dalla capacità del movimento operaio di modificare a proprio favore i rapporti di forza fra le classi.

Se avessimo posto trent’anni fa all’ordine del giorno il raggiungimento di obiettivi di tipo socialista, non solo non li avremmo raggiunti, ma non saremmo neppure riusciti a fondare e salvaguardare le istituzioni democratiche e a fare pervenire la classe operaia, le masse popolari, le loro organizzazioni e il nostro partito alle attuali posizioni di forza e di prestigio: né potremmo porre, oggi, l’obiettivo fattosi storicamente maturo di una seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista, che per noi vuol dire anche l’introduzione nella società italiana di «elementi di socialismo».

 

Si può parlare di una interruzione intervenuta nel processo aperto dalla Resistenza?

Avrei qualche esitazione a usare il termine interruzione. Abbiamo detto e ripetuto che nel 1947, anche e soprattutto in conseguenza della pressione dell’imperialismo anglo-americano e della ripresa della guerra fredda, la Democrazia cristiana, con il sostegno di altri partiti e principalmente di quello social-democratico, ruppe l’unità e la collaborazione delle forze antifasciste e popolari.

Quella rottura ha pesato su tutto lo sviluppo successivo della vita nazionale: limitando l’indipendenza del paese, ridando tutte le leve del potere economico a grandi gruppi privilegiati, aprendo la strada a un’offensiva delle forze padronali più aggressive, dando luogo a un monopolio del potere da parte di una Democrazia cristiana orientata in senso antipopolare, galvanizzando le forze più retrive e clericali nel mondo cattolico e nella stessa gerarchia ecclesiastica.

Le ripercussioni di quella rottura si manifestarono anche fra i lavoratori, con le scissioni sindacali e con altre iniziative che alimentarono un clima di aspre polemiche anche in seno alla classe operaia e tra le masse bracciantili e contadine. Si giunse persino a scatenare vergognose campagne contro la Resistenza, gettando fango sulla lotta partigiana e perseguitando numerosi combattenti della libertà. Alcune delle conquiste fondamentali della lotta antifascista furono direttamente minacciate e spesso calpestate: dal diritto di sciopero e di manifestazione ad altre libertà, comprese quelle di opinione. In quegli anni gli organi dello Stato si macchia­rono di ripetuti eccidi di operai e di contadini.

Il punto culminante di questa offensiva antipopolare e antidemocratica, anticomunista e antisocialista fu la legge truffa del 1953, fu cioè il tentativo di stravolgere il principio democratico della rappresentanza proporzionale, che è uno dei cardini della Costituzione repubblicana.

Nonostante tutto questo, il processo aperto dalla Resistenza ha continuato a operare nel profondo della vita italiana. Lo si è ben visto in questi ultimi anni, e lo si vede oggi. Tutte le forze che hanno un orientamento democratico e che vogliono il progresso del paese, i lavoratori, le grandi masse di giovani che si affacciano ora alla vita politica hanno più che mai un punto di riferimento comune: gli ideali della Resistenza e i principi innovatori della Costituzione.

Perché le forze conservatrici e reazionarie non sono passate, perché non sono riuscite ad arrestare il processo aperto dalla Resistenza? Anzitutto perché, come ho già detto prima, la Resistenza mutò alcuni dati di fondo della realtà italiana e si è rivelato impossibile ricacciare indietro, ai margini della vita politica e sociale, la classe operaia e le masse popolari che furono e si sentirono protagoniste di un grande moto di rinascita nazionale. In secondo luogo, per la politica che abbiamo fatto noi e le altre forze avanzate del movimento popolare. Già abbiamo detto (mi permetto di ricordare le considerazioni critiche e autocritiche svolte nella riunione del Comitato centrale del dicembre scorso) che la nostra politica non è stata esente da sbagli o difetti, che si sono ripercossi nella situazione politica. Ma nella sostanza noi restiamo convinti che il nucleo centrale della nostra battaglia è stato positivo e giusto. Il primo elemento della nostra politica in quegli anni è stato la difesa accanita di tutte le conquiste di libertà e di democrazia della lotta antifascista. Ogni attacco, in qualsiasi campo, ha trovato una risposta. L’essenziale delle posizioni di forza conquistate è stato mantenuto; e anche quando alcune di queste posizioni sono state colpite e incrinate, ciò non è mai avvenuto senza che vi fosse stato un combattimento. In quegli stessi anni in cui una parte delle lotte del movimento operaio, specialmente al nord, aveva un carattere prevalentemente difensivo, in altre regioni si svilupparono iniziative, come quella per la riforma agraria, che portarono il movimento popolare a nuovi successi.

Le aspre e difficili battaglie degli anni susseguenti alla vittoria democristiana del 18 aprile 1948 vennero coronate dalla decisiva vittoria del 7 giugno 1953 contro la legge truffa.

Ma se la prima condizione del successo fu la combattività, non meno essenziale fu il fatto che, anche negli anni più difficili della guerra fredda e della divisione, noi comunisti fummo sostanzialmente fedeli alla ispirazione unitaria e democratica della nostra politica, non ci lasciammo isolare, non considerammo mai le fratture e le divisioni come insanabili e continuammo a sviluppare una politica di alleanze più larga possibile. Questa stessa ispirazione ci consentì di battere successivamente le manovre di divisione che furono condotte in forme nuove nel primo periodo del centro-sinistra e con l’unificazione socialdemocratica. Sconfitte queste manovre, il processo unitario, e in campo sociale e in campo politico, ha ripreso vigore raggiungendo l’ampiezza che ha oggi. Naturalmente questo processo, e i fattori che lo contrastano, rispecchiano le condizioni attuali della società e della lotta politica in Italia, che sono ben diverse da quelle di trent’anni fa. Ma il potenziale rinnovatore e unitario che oggi si manifesta ha come sua sorgente la vittoria della Resistenza.

 

Tu hai parlato di una «seconda tappa della rivoluzione de­mocratica e antifascista». E tu stesso, in preparazione del congresso, hai detto che porre l’obiettivo della seconda tappa potrebbe parere «una fuga in avanti» rispetto all’urgenza degli obiettivi posti dalla crisi italiana. Ebbene: in che modo gli obiettivi che «cercano e propongono cose nuove», prospettando una svolta profonda nella situazione italiana, rispondono concretamente alle esigenze del paese nel corso stesso di questa crisi? In altri termini, come si giustifica la richiesta avanzata di «elementi di socialismo», sia sul terreno economico-sociale che su quello della partecipazione democratica?

Nella nostra elaborazione e nella nostra lotta non abbiamo mai separato una «fase» puramente democratica e una «fase» socialista. Abbiamo considerato e consideriamo la lotta per una piena democrazia come parte integrante di un processo di trasformazioni orientate verso il socialismo. Le libertà e gli istituti democratici costituiscono per noi un valore supremo e permanente, che bisogna difendere ad ogni costo. Cosi è stato negli anni passati; cosi è oggi di fronte a insidie, minacce e trame antidemocratiche che non cessano di manifestarsi; cosi sarà domani in una società socialista.

Noi concepiamo l’introduzione di «elementi di socialismo» anche come una condizione per mettere la democrazia definitivamente al riparo da ogni rischio di involuzione e di degenerazione e per svilupparla oltre i limiti di classe che sono insiti nell’assetto sociale capitalistico.

Porre all’ordine del giorno l’obiettivo di una svolta profonda, nella quale operino «elementi di socialismo», non vuol dire compiere una fuga in avanti o limitarsi a fare della propaganda, ma avere piena consapevolezza del carattere della crisi che il paese attraversa e delle soluzioni che possono permettere di uscirne in modo non precario o illusorio. A nostro giudizio, «elementi di socialismo» sono indispensabili se si vuole evitare la decadenza dell’intera nazione e una degenerazione in senso reazionario dell’assetto politico italiano. Da alcuni anni a questa parte, infatti, si è fatto sempre più evidente che i meccanismi che hanno caratterizzato lo sviluppo economico e sociale italiano nel dopoguerra e gli strumenti politici adoperati per mantenere in vita questi meccanismi, non solo sono fonte continua di ingiustizie e di sperequazioni sociali, inaccettabili e sempre meno accettate, ma non garantiscono più neppure la continuazione dello sviluppo economico nazionale e persino neppure il normale andamento dell’attività produttiva.

Ma non sono solo le cose che premono nel senso di una svolta profonda, verso misure di tipo socialista. Sono anche le coscienze. Lo prova il fatto che la necessità di andare verso trasformazioni di tipo socialista è sentita oggi non solo dalla classe operaia ma anche da strati sociali non proletari, da grandi masse giovanili di ogni ceto e da uomini e donne che non hanno una formazione ideale socialista e comunista, ma che si richiamano ad altri orientamenti di pensiero, culturali e religiosi. Il fenomeno, del resto, è evidente anche su scala mondiale, sia in altri paesi capitalistici, sia nei paesi in via di sviluppo.

 

Ma che cosa intendi per «elementi di socialismo»?

Non è facile rispondere… Questo problema richiede ancora approfondimenti, ricerche e precisazioni, e in questo senso noi sollecitiamo il contributo di militanti e studiosi comunisti e di altre formazioni della sinistra. In questa intervista vorrei limitarmi a fare alcuni esempi.

Il primo riguarda il terreno economico e sociale. Lo stesso sviluppo dell’economia e il perseguimento di una più giusta ripartizione del reddito fra i diversi gruppi sociali, sono possibili soltanto se si realizza una direzione politica consapevole dei processi economici e delle attività produttive, che vanno orientate alla soddisfazione degli interessi delle masse popolari e della intera collettività nazionale, superando progressivamente i meccanismi spontanei del sistema capitalistico. Non si tratta di soffocare l’iniziativa delle imprese o di sopprimere il profitto, ma di definire gli obiettivi che devono guidare l’insieme dello sviluppo economico nazionale e di prendere tutte le misure necessarie a garantirne il raggiungimento. Ma che cosa significa andare in questa direzione se non applicare un principio che è tipico del socialismo?

Venendo ad un altro aspetto, anche la partecipazione più ampia, in forme organizzate, dei cittadini alla soluzione dei pro­blemi del paese, che è più che mai necessaria per dare un fondamento più solido agli istituti della democrazia rappresentativa e per superarne la crisi, è pur esso un principio tipico del socialismo. Proprio in questo senso, nel nostro XIV Congresso, abbiamo messo in evidenza l’importanza dello sviluppo che si è avuto in questi ultimi anni, e la possibilità di nuova espansione di quel vasto e articolato tessuto di organismi democratici – alcuni di origine lontana, altri usciti dalle lotte e dalle esperienze recenti – che costituiscono un carattere peculiare della democrazia italiana.

È vero che questa espansione della vita democratica, questa attivizzazione delle più varie categorie della nostra società, ha anche un’altra faccia, nel senso di dar luogo, come in parte già avviene, a fenomeni diffusi e radicati di particolarismi e a una possibile degenerazione in senso corporativo della stessa vita democratica. Sono evidenti le conseguenze negative che ciò determina non solo per lo sviluppo economico e sociale ma anche negli orientamenti ideali, e nella vita civile e morale. Questo sollecita un’altra necessità, che è anche essa di ispirazione socialista: affermare nelle coscienze un insieme di valori nuovi, che si richiamino agli interessi superiori della collettività nazionale e limitino e superino i particolarismi e gli egoismi di singoli e di gruppi. Anche in questo sforzo per unificare il popolo intorno a valori di solidarietà sociale e nazionale vi sono elementi di educazione e di pratica socialista.

L’affermazione di principi e valori nuovi è oggi essenziale e urgente non solo nella vita sociale ma anche in quella politica. Tutti abbiamo sotto gli occhi i danni causati nella vita e nell’attività dei partiti – e, ovviamente, il caso del partito democristiano è quello più macroscopico e preoccupante – dalla pressione crescente dei gruppi, delle caste, delle clientele, delle posizioni costituite. Questo imperversare di interessi particolaristici e corporativi ha portato troppi esponenti dei partiti a perdere la capacità di porsi al servizio del paese e dei suoi reali interessi. Il paese ha dunque bisogno che anche nei partiti, e nella loro condotta, nel modo in cui essi stabiliscono i rapporti con il paese e la società, si compia una svolta, proprio perché la nostra democrazia è fondata e non può continuare a vivere che sul sistema dei partiti.

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