Discorso a Piazza Siena, 13 maggio 1979


Un uomo, un dirigente politico avverte oggi una certa difficoltà a parlare a un pubblico in così grande prevalenza femminile, che giustamente non tollera più discorsi vaghi e discorsi paternalistici. È una difficoltà: ma è tuttavia minore se si parla a nome di un partito come il nostro che – sia pure ancora con limiti e ritardi – è certamente il partito che più di ogni altro si è impegnato da anni, e si impegna, grazie anche al contributo delle sue militanti, a comprendere i problemi delle donne, a battersi con esse per risolverli, a cogliere e a far proprie le novità che vengono via via affiorando e si vanno affermando nella coscienza delle donne, nei loro movimenti di emancipazione e di liberazione.

Possono dire lo stesso gli altri partiti? Qualcosa si è già visto e saputo. Abbiamo letto ad esempio che nell’assemblea nazionale delle donne socialiste il discorso del segreta¬rio di quel partito è stato contestato: non solo e non tanto per avere egli imprudentemente riesumato – la scorsa l’state – la figura di Proudhon, un accanito ultra-antifemminista: e nemmeno soltanto per non essere in grado di dare sicuri affidamenti circa la elezione di un numero adeguato di candidate socialiste (nel disciolto Parlamento esisteva una sola rappresentante del PSI): ma soprattutto per non essere entrato nel merito delle questioni poste dalle compagne socialiste con un documento e con delle relazioni che dimostravano un serio e positivo impegno di elaborazione.

Per quanto riguarda il partito democristiano, per ora si conosce solo un discorso di Andreotti alle COLF, le collaboratrici domestiche. Abbiamo appreso che esso è stato tutto una esaltazione della «spiritualità» del lavoro domestico contrapposto al lavoro produttivo.

Siamo ora ansiosi di sentire quello che ha da dire alle donne Fanfani che, con i suoi discorsi del 1974, diede un aiuto non secondario alla nostra battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio.

E Zaccagnini? Ci auguriamo che egli ricordi le molte leggi che furono votate dal Parlamento negli ultimi anni, leggi votate – è vero – anche dalla DC, ma puntualmente presentate dal PCI e portate avanti con lotte che, spesso, sono durate per anni, per vincere le resistenze democristiane.

Le leggi poi bisogna applicarle. Ci sono cifre che riguardano alcuni servizi – nidi e consultori – realizzati nelle Regioni amministrate dalle sinistre e nel Veneto e Mezzogiorno prevalentemente amministrati dalla DC.

I nidi sono: 34 nel Veneto, 68 in Liguria, 155 in Piemonte. 160 nel Lazio, 294 in Emilia-Romagna. I consultori sono 25 nel Veneto (di cui ben 16 a Venezia, amministrazione di sinistra), 26 (più 57 servizi decentrati) in Liguria, 75 nel Lazio, 89 in Piemonte. 116 in Emilia-Romagna. Nelle regioni meridionali tutte amministrate dalla DC, sono stati realizzati complessivamente 26 asili nido e 27 consultori. Le leggi dunque sono una premessa importante, ma è decisivo saperle e volerle applicare.

Infine i radicali. Vogliamo vedere come sapranno spiega¬re alle donne perché hanno cercato di impedire l’approva¬zione della legge sull’aborto, unendo i loro voti a quelli della DC e dei missini (ciò che volevano e gli interessava era in realtà solo un nuovo referendum). E vorremmo sapere perché oggi sono interessati solo a disfare quel tanto che la legge riesce a operare, tanto che l’anno scorso essi confluirono a Firenze con il movimento per la vita al solo scopo di provocare il rinvio alla Corte costituzionale delle norme fondamentali della nuova legge. La nostra posizione generale su questo tema la conoscete. La legge è buona e va applicata come uno degli strumenti per eliminare la piaga dell’aborto clandestino. Ma il problema di fondo, la vera scelta di civiltà, è di prevenire il ricorso all’aborto attraverso il controllo delle nascite e, più in generale, l’educazione sessuale, affinché la maternità sia una scelta libera e responsabile.

E veniamo a noi comunisti. Noi ci presentiamo davanti alle donne all’indomani di un Congresso che ha posto la questione femminile come uno dei temi centrali della nostra politica e che ne segna nuovi sviluppi. Nella società capitalistica abbiamo detto, insieme con l’oppressione di classe, si prolunga in nuove forme la più antica soggezione Imposta alle donne: quella nei confronti dell’uomo. Siamo usciti da un vecchio schema, che influenzò anche il pensiero e l’azione di grandi rivoluzionari di ogni tempo, secondo cui prima si deve fare la rivoluzione sociale e poi si risolverà la questione femminile. Non deve più essere così: il processo della rivoluzione sociale e quello della liberazione della donna da ogni forma di oppressione, compresa quella che si è storicamente determinata nel campo della sessualità, devono procedere di pari passo e sostenersi l’uno con l’altro.

Non starò a ricordare le tante e significative tappe e le conquiste che si è riusciti a strappare con movimenti che hanno portato in campo grandi masse di donne, di operaie, braccianti, contadine (ricordiamo le mondine) e anche di impiegate, commesse, intellettuali. studentesse, insegnan¬ti. scrittrici, giornaliste, dando scacco a tante ostinate resistenze delle forze conservatrici, reazionarie, oscuranti¬ste. Quello è un cammino che abbiamo percorso. e segnato da importanti successi.

Al tempo stesso però abbiamo avvertito – anche se non senza ritardi – la verità di cui si facevano portatrici le donne che davano vita ai moderni movimenti femministi. E queste verità abbiamo colto e cercato di interpretare con la visione che è propria di un partito rivoluzionario come il nostro: visione per la quale la forza rinnovatrice dei movimenti autonomi delle donne rappresenta una potenza che deve servire a trasformare, con la condizione delle donne, l’intera società, riconoscendo così un significato generale, un valore politico universale alla lotta per l’emancipazione e la liberazione della donna.

Si tratta ora di vedere come andare avanti, come ha detto la compagna Adriana Seroni: il ricordo della data significa¬tiva del 12 maggio, la data della vittoria nel referendum sul divorzio; le conquiste realizzate dopo quella data; i passi avanti compiuti nella coscienza civile; quello che si è riusciti ad ottenere sul piano legislativo per quanto riguarda la condizione della donna nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti di proprietà, nella società in generale.

 

Legislazione Avanzata

La legislazione italiana è oggi la più avanzata, in questo campo nell’Europa comunitaria, compresi i paesi governati dalla socialdemocrazia. Questo occorrerà pure farlo pesare quanto più possibile nell’ambito della CEE e nel Parlamento europeo per il quale voteremo il 10 giugno: è anche per questo che è importante, in quel Parlamento, una forte presenza comunista. Perché le donne contino sempre di più in tutta l’Europa.

Le donne, come i lavoratori, sanno per esperienza che una volta ottenute delle buone leggi, bisogna lottare per farle applicare correttamente e completamente. Ma per migliorare in generale le condizioni delle donne occorre una lotta di massa, che non deve essere solo delle donne e dei movimenti femminili, per un nuovo sviluppo economico e sociale, per un nuovo corso della intera vita nazionale.

Il Segretario del PCI ha fatto a questo punto l’esempio della legge sulla parità e delle sue violazioni -puntualmente denunciate dai comunisti in Parlamento – da parte di ministri dc e di pubbliche amministrazioni.

I problemi più acuti però sono quelli che riguardano, da un lato, l’effettiva possibilità di garantire un lavoro stabile e sindacalmente tutelato a tutte le ragazze e le donne che ne hanno necessità e che lo desiderano: e, dall’altro lato, lo sviluppo di servizi sociali che alleggeriscano il lavoro domestico che spesso, per la donna, si aggiunge a quello extra-domestico. Per servizi sociali non si devono d’altra parte intendere solo asili nido, scuole materne, scuole a tempo pieno, consultori, ma anche tutte quelle strutture e attrezzature civili che trasformano in gestione sociale almeno una parte di attività e di lavori che oggi si svolgono nell’ambito delle singole famiglie e che ricadono pressoché esclusivamente sulla donna. Per giungere a questi risultati di aumento dell’occupazione e di crescita dei servizi, è chiaro che ci vuole ben altro che leggi giuste. Bisogna dare una impronta nuova a tutto lo sviluppo dell’economia e della società, tale che faccia esapndere la base produttiva del Paese, faccia ridurre e permetta di liquidare i privilegi e gli sprechi e dia luogo a una crescita delle risorse investibili.

Occorre dunque battersi accanitamente contro le discriminazioni che, di fatto, colpiscono l’occupazione femminile e questo deve essere compito non soltanto delle donne, ma dei sindacati, dei partiti, degli organi di potere centrale e locale.

Ma per aumentare in misura considerevole il numero delle donne occupate è chiaramente necessaria una generale espansione della occupazione e ciò è possibile solo con una politica economica fondata sul rigore finanziario, su una programmazione e controllo severi della spesa pubblica, sulla giustizia fiscale, sull’efficienza produttiva.

Questi requisiti sono necessari anche se si vuole creare quella vasta rete di servizi sociali che servono non solo alle donne, ma a tutti. Ma pure in assenza di una politica economica rispondente a queste necessità, molto sono riuscite a fare le amministrazioni locali guidate dalle sinistre: sia quelle che sono tali da lungo tempo, come l’Emilia o la Toscana, sia quelle conquistate più recentemente.

 

Il Problema della Violenza

Lotta per i servizi dunque necessari soprattutto nel Mezzogiorno, ma sempre tenendo conto che la loro espansione può realizzarsi solo se accompagnata da una oculata politica finanziaria. Una giusta politica finanziaria richiede che per ogni servizio che si decide di attuare si discuta alla luce del sole su chi dovrà ricaderne l’onere: se tutti i contribuenti, attraverso le imposte, o sui cittadini del comune, che predispone il servizio attraverso una apposita tassa oppure su coloro che utilizzeranno il servizio attraverso le tariffe. Quello che è certo è che quanto non sarà pagato in una forma dovrà essere pagato nell’altra. Altrimenti si verificherebbe una espansione senza limiti del disavanzo che, oltre un certo punto, dovrebbe essere finanziato con la emissione di mezzi monetari: cioè, in definitiva, si avrebbe una riduzione del valore reale dei redditi e dei risparmi provocata dall’inflazione e in pratica una imposta vera e propria, iniqua e casuale nel suo funzionamento. Il “gratuito” per tutti non può esistere, e comunque qualcuno paga.

Ma per quanto estesa e efficiente possa diventare la rete dei servizi sociali, per quanto potrà essere sostituito il lavoro domestico, ne rimarrà sempre una parte nella vita della famiglia. E qui nasce un primo problema di mentalità e di costume. Perchè mai questo compito deve ricadere tutto e unicamente sulle donne? Perchè non deve essere distribuito tra uomini e donne? Questo comincia in effetti ad avvenire in una certa misura, specie tra le giovani coppie, ma questo dovrebbe diventare una regola generale.

Entriamo così, con questo spunto in quel vasto campo della lotta per la liberazione della donna che comporta una vera e propria rivoluzione degli orientamenti ideali e dei comportamenti pratici nei rapporti tra uomo e donna. Una rivoluzione che deve portare all’affermazione di un’unica dignità dell’essere umano, sia che la sua condizione corporale sia maschile, sia che sia femminile.

Innumerevoli sono gli orientamenti e i comportamenti che nella società in cui viviamo – una società fondata sul profitto, sulla mercificazione di tutto, quindi sul denaro e quindi fonte di continua violenza – vanno in una direzione opposta a quella per cui lottiamo. Vanno nella direzione, cioè, di una organica violenza contro la donna, di una permanente mortificazione della sua libertà e dignità che, in definitiva, è una degradazione anche dell’uomo e porta quindi una disumanizzazione della intera umanità.

Non può essere libero un popolo che opprime un altro popolo“, scriveva Marx. E potremmo parafrasare così quella affermazione: non può essere libero un uomo che opprime una donna.

Leggiamo con amarezza e indignazione le cronache che ci parlano quasi ogni giorno di episodi di offese violente e cruente alle donne, e cresce il numero delle aggressioni compiute non solo da singoli, ma da gruppi. Una recente trasmissione televisiva ha poi fatto conoscere anche a chi non sapeva – o non voleva sapere – come vengono spesso trattati i casi di violenza sessuale nelle aule giudiziarie, che trasformano la donna da vittima e accusatrice in colpevole o comunque in soggetto di cui diffidare. Quella trasmissione ha fatto anche conoscere la mentalità retriva, lo scherno, con cui parlano delle donne aggredite certi odierni maestri del giure, e l’atteggiamento condiscendente e persino compiaciuto con cui guardano ai violentatori certi genitori e perfino certe mogli.

C’è da rimanere esterrefatti, ma per fortuna attorno a questi episodi non c’è più il silenzio delle donne e ci sono, invece, donne che denunciano coraggiosamente i loro aggressori, c’è una protesta sempre più vigorosa e ampia che sale da tutto il mondo femminile, dai suoi movimenti e dalle sue organizzazioni, e comincia a manifestarsi anche una sensibilità e una solidarietà di molti uomini.

 

La Questione Sessuale

Che cosa si può fare per combattere concretamente contro la violenza sessuale? Il Pci, già nel dicembre 1977 presentò una sua proposta di legge dal titolo significativo di “Nuove norme a tutela della libertà sessuale“. Una proposta riguarda la definizione di un nuovo reato, autonomo e a sé stante: quello della violenza sessuale compiuta da due o più persone. Vi è poi la proposta di equiparazione del ratto a fini di libidine al sequestro di persona, e vi sono altre importanti iniziative di modifiche delle procedure. I comunisti riproporranno queste leggi al futuro Parlamento, integrandole sulla base di suggerimenti che potranno venire dalle donne stesse e da esperti di diritto.

Ma queste e altre innovazioni legislative a poco serviranno se non saranno accompagnate e sostenute da un intervento delle masse femminili, da una battaglia nell’opinione pubblica, che valgano a modificare atteggiamenti mentali che sono radicati in ogni settore della società e dello Stato, compresi magistrati e avvocati. E questo, vale per tutte le questioni che riguardano i rapporti tra le persone, la vita familiare e della coppia e anche il campo della sessualità. Si è molto discusso e si discute ancora sulle ragioni che ci hanno spinto a introdurre nelle Tesi un passo specifico relativo alla liberazione della donna anche nel campo della “sessualità”. A tutti coloro che si sono interrogati, vorrei ricordare questo bellissimo pensiero di Gramsci: “La questione, etico-civile, più importante, quella di una formazione di una nuova personalità femminile, è legata alla questione sessuale. Finché la donna non avrà raggiunto non solo una reale indipendenza di fronte all’uomo, ma anche un nuovo modo di concepire se stessa e la sua parte nei rapporti sessuali, la questione sessuale rimarrà ricca di caratteri morbosi“.

E ben si comprende come questa elaborazione sia stata e sia possibile solo per un partito che è reale espressione della classe operaia e delle classi lavoratrici, se si ricorda quest’altra acuta osservazione che Gramsci faceva 40 anni fa: “…nel campo sessuale il fattore ideologico più depravante e repressivo è la concezione illuministica e liberatoria propria delle classi non legate strettamente al lavoro produttivo e che da queste classi viene contagiata alle classi lavoratrici“.

Da tutti questi rapidi cenni emerge con chiarezza che la lotta per l’emancipazione e la liberazione della donna è una lotta vasta e complessa, che comprende obiettivi di sviluppo economico, di trasformazione sociale, di progresso civile, di rinnovamento istituzionale, di educazione e formazione culturale, di costume, di sempre nuova elaborazione ideale.

Per portare avanti una battaglia di questo respiro, verso obiettivi così alti e vari, è necessaria l’intesa e la collaborazione, la solidarietà, fra tutte le donne e, in particolare, fra quelle che militano nei partiti di sinistra e quelle che si raccolgono nelle organizzazioni cattoliche, (e non parlo di “donne cattoliche” perché in realtà nel nostro partito e nel nostro elettorato, così come in altri partiti democratici, numerose sono le donne di fede cattolica).

Questa unità è possibile oggi perché anche fra le donne che si raccolgono intorno alle organizzazioni cattoliche si è andata affermando, in modi propri, la richiesta di una considerazione nuova della dignità, della libertà, della personalità della donna. Anche fra queste donne è andata crescendo la ripulsa per tanti mali della società in cui viviamo, per la sua violenza, per i suoi guasti, per il consumismo esasperato, ed è cresciuto il bisogno di contrapporre a tutto ciò nuovi valori di solidarietà, nuovi modi di vita. È una ricerca, questa che ha dato stimolo non solo a testimonianze personali, ma anche a attività e iniziative sociali per cui abbiamo profondo rispetto. Tuttavia questa ricerca rischia di perdere di incisività e di efficacia, se non ci si impegna in un’opera per cambiare la società e rinnovare le istituzioni: se non ci si impegna anche sul terreno civile e politico.

Se la Dc si rafforza elettoralmente, se si rafforza questa Dc, lanciata su una linea di involuzione, di propositi di ritorno al passato, di pretese di maggior potere, di divisione fra le masse popolari e i partiti che le rappresentano, allora non c’è più alcuna garanzia che le aspirazioni delle donne – di tutte le donne, delle stesse donne di ispirazione cristiana – vengano soddisfatte. Al contrario, tutto diventerà più difficile e in ogni caso molto più lento. Quali che possano essere le promesse elettorali alle donne che parte dei dirigenti dc, è indubbio che se la situazione politica generale arretra, arretrerà anche, in ogni campo, la complessiva condizione delle donne.

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