Intervista rilasciata ai lavoratori dell’Autovox, La tribuna dei lavoratori, numero unico a cura della Commissione fabbriche e cantieri della Federazione romana del Pci, s.d., 9 febbraio 1975.

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Il Pci ha avanzato la proposta del compromesso storico dopo che il gruppo dirigente della Dc aveva assunto le posizioni politiche più gravi: da quella della «reversibilità delle alleanze» che portò al governo di centro-destra a quella degli «opposti estre­mismi» che offrì una grave copertura politica agli strateghi della tensione, e proprio nel momento in cui la Democrazia cristiana preparava la scelta del referendum.

Come si risponde a chi dice che la nostra proposta del compromesso storico finisce per essere un modo di assolvere la Dc dalle sue gravi responsabilità?

La proposta (ma è più corretto dire la linea o la strategia) del compromesso storico non assolve nessuno dalle sue colpe e dalle sue responsabilità: tanto meno la Dc, che ne ha più pesanti degli altri. E, come tutti possono constatare, noi non abbiamo certo cessato né cesseremo di denunciare tali responsabilità.

Non mi pare giusto, inoltre, attribuire un’importanza ecces­siva al momento in cui la linea del compromesso storico è stata enunciata. Infatti, come abbiamo ripetuto più volte, questa nostra linea non è che uno sviluppo di una ispirazione di fondo che seguiamo da lunghi anni.

Fatte queste premesse, la risposta al quesito relativo al mo­mento è che la proposizione del compromesso storico è stata fatta anche per mettere a nudo e contribuire a sconfiggere quelle gravi posizioni che hanno caratterizzato la politica della Dc, specie dal 1968-69 in poi, e che voi ricordate, e per intervenire posi­tivamente nelle contraddizioni che esse aprivano nella stessa Dc. Queste posizioni hanno avuto gravi conseguenze (involuzioni in settori delicati dello Stato, acutizzazione della crisi economica e sociale, ecc.). In quelle posizioni politiche si esprimeva e si espri­me la preoccupazione dominante di una parte dei dirigenti della Dc di mantenere e preservare intatti e intangibili tutti i punti e i posti di potere del loro partito e la propensione allo scontro fron­tale, cioè alla frattura del paese, alla divisione della classe operaia, dei lavoratori, delle masse popolari. La nostra linea, all’opposto, fondandosi sugli interessi del paese, punta sulla collaborazione e l’accordo fra tutte le forze politiche che – sia pure in misura e in modi diversi – hanno radici fra le masse popolari, fra i lavo­ratori, nella classe operaia per poter uscire dalla crisi odierna nel­l’unico modo vero: ossia trasformando la società. E la nostra linea ha già potentemente contribuito a evitare spaccature fron­tali, a sollecitare nel paese processi e convergenze unitarie e an­che a incoraggiare quelle forze cattoliche e democristiane che ri­fiutano la logica dello scontro.

C’è stato o c’è qualcuno che abbia proposto o proponga oggi una linea diversa dalla nostra ma che sia realistica ed efficace, necessaria e realizzabile quanto la nostra? Non mi sembra.

Sì, c’è qualcuno che dice «uniti si, ma contro la Dc» cre­dendo con ciò di essere più rivoluzionario o più avanzato di noi; però sbaglia di grosso o, se è in buona fede, illude se stesso e gli altri. Dietro quella parola d’ordine sbagliata sta una prospettiva sbagliata e, alla fine, perdente: sta la cosiddetta «alternativa di sinistra», la prospettiva del 51 per cento alle sinistre. È chiaro che noi comunisti abbiamo sempre lavorato e lavoreremo per ac­crescere la forza elettorale delle sinistre. Puntare alla conquista massima dei voti alle sinistre (51 per cento e anche di più!) rien­tra fra gli obiettivi che anche noi perseguiamo. La nostra critica quindi non è diretta contro la conquista del 51 per cento, in sé e per sé, bensì contro una duplice illusione.

La prima illusione è quella di affidare la soluzione dei problemi italiani a una maggio­ranza di sinistra da raggiungersi essenzialmente per via elettorale, sommando le percentuali via via ottenute di elezione in ele­zione dalle varie liste di sinistra, e non attraverso la lotta di classe, le lotte di massa sociali e politiche, le iniziative concrete volte a spostare, nel paese e nella società (e poi, quindi, nelle urne e nel parlamento) i rapporti di forza reali a favore delle sinistre.

La seconda illusione che noi combattiamo è quella di credere nell’au­tosufficienza politica di un governo che fosse espressione soltanto del finalmente raggiunto 51 per cento dei voti alle sinistre. La stabilità, le possibilità operative e la stessa compattezza di un simi­le governo sarebbero tutte da verificare quando – come è lecito e doveroso attendersi da un governo «di sinistra» – esso ponesse mano effettivamente a trasformazioni profonde delle strutture eco­nomiche e sociali del paese avendo però contro di sé, ostilmente schierato, il restante 49 per cento dell’elettorato e del parlamento.

La nostra linea del compromesso storico, invece, mira a dare all’Italia quella nuova guida politica, che in tanto è solida e sta­bile, è rinnovatrice ed efficiente in quanto è l’espressione e il risul­tato di una nuova e più salda unità della grande maggioranza dei lavoratori e del popolo, che si ritrovano attorno a un programma serio e rigoroso di profondo rinnovamento e conferiscono al go­verno una volontà politica e un potere democratico sufficiente a piegare ogni resistenza conservatrice e reazionaria. Nei con­fronti di questa nostra linea il partito democristiano potrà eser­citarsi in dinieghi non sappiamo per quanto tempo, più o meno lungo, ma la verità è che proprio la nostra proposta lo ha messo alle corde e ne ha accelerato la crisi. Dell’attuale politica della Dc noi comunisti siamo avversari non solo accaniti e implacabili, ma anche realistici e razionali. Da forza che vuole trasformare in posi­tivo la realtà esistente, ci siamo dati il compito di agire e lottare per costringere la Dc a ritrovare una coerenza e una fedeltà con la parte migliore delle sue tradizioni storiche popolari e della sua ispirazione democratica.

La Dc oggi è in crisi: tutti lo dicono e tutti se ne accor­gono. Ebbene noi, con la nostra lotta e con la nostra iniziativa unitaria, vogliamo stimolare quelle sue forze interne (quei suoi elettori, quei suoi iscritti, quei suoi dirigenti più democratici, più antifascisti, più aperti al nuovo) che sono attente e sensibili agli interessi nazionali, a trarre le debite conclusioni dal declino irri­mediabile di una politica e di un metodo di far politica. La crisi attuale della Dc è, in ultima analisi, il frutto dell’abbandono di quella via maestra – l’unità delle masse popolari e la collabo­razione tra le grandi componenti storiche della realtà politica ita­liana poste a presidio della nostra dignità di nazione e a sostegno del nostro rinnovamento – percorrendo la quale ci liberammo dal fascismo ed edificammo il nuovo Stato democratico, e solo ripren­dendo la quale è possibile sostenere con successo i duri sforzi che sono necessari per far superare al paese la grave fase che esso attraversa.

Noi comunisti ci siamo dati una linea unitaria e costruttiva; e con essa ci siamo posti al servizio di tutti i lavoratori – anche dei lavoratori democristiani – e del paese. Se l’avanzata di que­sta linea porta alcune forze politiche, e in particolare la Dc, a pagare dei prezzi per gli errori commessi e per le scelte finora com­piute, vuol dire che tali prezzi sono storicamente inevitabili e che, nell’interesse del paese, vanno pagati.

Questa credo sia anche la risposta degli operai, dei lavoratori, dei giovani democristiani a quei loro dirigenti che vogliono innalzare di nuovo quelle barriere e quegli steccati che sono in gran parte caduti nel corso delle lotte unitarie nelle quali si sono ritrovati fianco a fianco l’operaio comunista, quello socialista e quello democristiano.

Molti compagni, soprattutto quelli più impegnati nel movi­mento sindacale, ritengono, coerentemente con le scelte operate dai congressi confederali, che sulle questioni dello sviluppo econo­mico, delle riforme e dell’occupazione, il sindacato debba promuovere lotte di massa.

Nella tua relazione preparatoria per il XIV Congresso, come già nel tuo discorso a Bologna per il festival nazionale dell’Unità nel settembre scorso, si sottolinea con forza a questo proposito l’esigenza che il partito sappia combattere, sappia organizzare e dirigere movimenti politici unitari e di massa anche su tali que­stioni, oltre che sui temi dell’ antifascismo, dell’imperialismo e del­l’ affermazione di nuovi diritti civili.

Ora, se ciò significa giusta­mente ribadire il carattere di lotta del nostro partito, non si ri­schia, nella pratica, di dar vita a movimenti che si presentano come «doppioni» rispetto a quelli che oggi vengono organizzati dal movimento sindacale?

A volte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro l’unica funzione dei comunisti è quella, certamente importante e necessaria, di dare il massimo sostegno alle piattaforme e alle lotte dei sin­dacati. In che modo è possibile sugli obiettivi politici del partito sviluppare, assieme alla necessaria azione di propaganda, un mo­vimento autonomo da quello sindacale? In altre parole, quale fun­zione spetta al partito in’ fabbrica e nei luoghi di lavoro?

Sarebbero «doppioni» se si trattasse di movimenti che avessero identici i soggetti, le sedi e le forme di lotta, i contenuti e gli obiettivi specifici: ma non è cosi. Non si può certo sostenere che l’azione per imporre una diversa politica economica possa essere ridotta a semplice aspetto dell’azione rivendicativa sindacale con­trattuale (anche se da questa può venire profondamente influen­zata), e nemmeno a semplice prolungamento, dilatazione o proie­zione fuori delle aziende della lotta per difendere meglio e svilup­pare ciò che i sindacati conquistano all’interno delle aziende stesse.

L’azione per imporre una diversa politica economica non è confinabile nell’ambito della dialettica. delle cosiddette contro­parti sindacali. Oltre ai padroni, alle aziende e ai sindacati essa deve investire lo Stato, i suoi organismi, i suoi enti, deve coin­volgere le istituzioni democratiche, le assemblee rappresentative locali e nazionali, e deve avere come protagonisti non soltanto gli organismi sindacali ma anche i partiti, non soltanto i lavoratori in quanto presta tori d’opera dipendenti ma le masse lavoratrici (e altre forze sociali) come utenti di servizi, come consumatrici, come cittadini.

Per esempio: se si tratta di cambiare la politica, nel campo della scuola e dell’istruzione, della lotta per questo obiettivo de­vono essere protagonisti non soltanto i docenti e le loro associa­zioni sindacali, ma anche gli studenti e i loro movimenti democra­tici e le organizzazioni giovanili, ma anche le famiglie degli stu­denti, e quindi anche gli operai e i contadini in quanto genitori degli studenti, in quanto cittadini, e perciò anche i partiti che In­terpretano la volontà politica dei cittadini. Se si tratta della poli­tica dei trasporti, a lottare per cambiarla non possono essere chia­mati solo i sindacati delle categorie del settore (tramvieri, ferrovieri, autotrasportatori, marittimi, portuali, dipendenti delle aviolinee, ecc.) ma anche gli operai, i lavoratori e le masse dei cittadini inte­ressati a una migliore organizzazione dei trasporti, a una più uma­na sistemazione della città, a un diverso assetto del territorio, e quindi si dovranno muovere i comuni, le province, le regioni, il parlamento.

Gli esempi potrebbero continuare (politica per il Mezzogior­no, riforma agraria, politica di difesa e di sviluppo della occupa­zione, ecc.): ma quale è il senso di essi che voglio mettere in luce? È che una battaglia cosi complessa e di portata generale, come quella volta a cambiare i meccanismi e i fini dello sviluppo eco­nomico (che coinvolge ceti e strati diversi, che deve sciogliere un complesso intreccio di molteplici interessi contrastanti, che deve sviluppare una attenta politica di alleanze, che vuole giungere a una soluzione di interesse nazionale passando attraverso il supe­ramento di una serie di particolarismi), va portata avanti diretta­mente e in prima persona dalle forze politiche popolari; e in pri­mo luogo, in prima fila, dal nostro partito.

«Doppioni» di quelli sindacali sarebbero i movimenti sulle questioni dello sviluppo economico e sociale promossi e guidati dal nostro partito se si ha del Pci una concezione che o lo consi­dera come una specie di sindacato più grosso e politicizzato o lo considera, per contro, come una sorta di «stato maggiore politico» distaccato da un rapporto vivo con le masse, che con queste ha un legame solo indiretto attraverso «cinghie di trasmissione ». Il partito nuovo, secondo la concezione enunciata da Togliatti, e che noi abbiamo costruito in questi trent’anni, è diverso dagli altri partiti, ha una sua originalità e singolarità anche nei confronti di esperienze del passato, perché non soltanto non è una for­mazione politica affetta dalla malattia dell’economicismo, ma so­prattutto perché mentre è un partito di combattimento è anche un partito di massa, cioè che ha legami propri, diretti con la classe operaia, col popolo lavoratore, con le più varie forze sociali.

Va da sé che il nostro è un partito che sente ed è chiamato al dovere di sostenere le lotte promosse dai sindacati operai e da altre organizzazioni democratiche di massa unitarie: ma è an­che suo compito sviluppare una propria azione di agitazione, di mobilitazione e di organizzazione, è suo dovere dar vita a lotte politiche unitarie di massa. Se questo nostro Pci non fa questo, e tutte le volte che non farà questo – se cioè mancherà l’inizia­tiva diretta del partito e il suo impegno nel promuovere un simile tipo di movimenti; se mancherà la sua opera di orientamento e di selezione degli obiettivi e dei contenuti delle lotte di massa – ­non si riuscirà a mutare stabilmente i rapporti di forza tra le classi e tra i partiti, tra governo e opposizione di sinistra, tra i gruppi parlamentari, in quei livelli cioè e in quelle sedi dove si decidono gli indirizzi politici ed economici del paese.

Rivendicare, perciò, al nostro partito un suo rapporto auto­nomo e diretto con le masse, rivalutare la sua funzione di stimo­latore e di promotore di movimenti politici unitari, significa fare assumere alla lotta delle masse – dentro e fuori delle fabbriche e dei luoghi di lavoro – quel carattere politico di cui essa ha bisogno per poter incidere sul serio e operare una trasformazione e un rinnovamento profondi e duraturi della società e della sua classe dirigente.

La federazione Cgil-Cisl-Uil ha cambiato di recente il modo· di confrontarsi con il governo: dalla fase della trattativa «globa­le» sui problemi dello sviluppo economico, si è passati alla fase della trattativa su singoli punti (pensioni, tariffe elettriche, ecc.). Sul piano politico che differenza c’è tra questi due diversi modi del sindacato di stabilire rapporti con il governo? Non pensi che anche così non si eviti del tutto il rischio pansindacalista di uno svuotamento della funzione dei partiti e del parlamento?

A me sembra che l’impostazione che le confederazioni dei lavoratori hanno dato ultimamente ai loro rapporti col governo sia, tutto sommato, preferibile a quella della cosiddetta «tratta­tiva globale», altre volte seguita: e sotto molti punti di vista.

Del resto, nei confronti della trattativa globale vale un po’ quello che tante volte le confederazioni dei lavoratori hanno uni­tariamente sostenuto a proposito della partecipazione del sinda­cato alla programmazione. La posizione più limpida e corretta a questo riguardo – e che, se ben ricordo, alla fine ha prevalso tra i sindacati – è che nei confronti della programmazione il sin­dacato è una forza che va consultata obbligatoriamente, ma che non deve essere coinvolta direttamente. La sua necessaria e irrinunciabile attività di controllo sulla attuazione della programmazione, è stato affermato da molti, deve svolgersi dall’esterno e non dall’interno degli organi della programmazione. Associare i sindacati alla gestione del piano per poter dire che, in tal modo, vengono associate la classe operaia e le masse lavoratrici o è un errore macroscopico o è un trucco palese: il movimento operaio e le classi lavoratrici possono venire associate alla elaborazione e attuazione di un piano economico nazionale attraverso le loro espressioni politiche, attraverso i partiti della classe operaia e dei lavoratori, non attraverso i sindacati.

Ecco per quali ragioni è preferibile che tra sindacato e governo ci sia una discussione e una negoziazione di singoli punti (ferma restando la necessità e utilità di una pressione anche sinda­cale per la modifica degli indirizzi generali della politica econo­mica, per la difesa e lo sviluppo della democrazia, ecc.).

Questo non soltanto consente una maggiore concretezza, una maggiore uni­tà e una maggiore autonomia del sindacato, ma consente soprattutto la massima incisività nell’azione e nella lotta per quei sin­goli punti, e, inoltre, una più grande possibilità di strappare in breve tempo risultati tangibili anche se parziali.

Attraverso questo tipo di rapporti con il governo, dunque, i sindacati non solo sfuggono più facilmente all’errore del pansindacalismo, ma possono anzi dare – sul loro terreno e dal loro punto di vista – un apporto positivo a che si sviluppi l’autonoma iniziativa politica dei partiti, la loro specifica azione unitaria e di massa per risolvere i problemi dello sviluppo economico e so­ciale del paese nella difesa e nell’elevamento delle condizioni delle masse lavoratrici e popolari.

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