di Enrico Berlinguer, 19 marzo 1978, Articolo su L’Unità


Viviamo giorni gravi per la nostra democrazia. Abbiamo parlato di pericolo per la Repubblica. Non è un cedimento all’emozione, è un giudizio politico che parte dalla consapevolezza delle forze potenti, interne e internazionali, che muovono le fila di questo attacco spietato contro lo Stato e le libertà repubblicane. Il Paese ha capito e milioni di uomini si sono mobilitati dando la risposta giusta, la più ampia e la più unitaria. Comunisti, socialisti, democristiani, cittadini e giovani di ogni fede politica si sono ritrovati in piazza con le loro bandiere e con una comune volontà di difendere la democrazia. E in Parlamento le forze politiche democratiche hanno dato vita ad una maggioranza nuova per la presenza in essa, dopo più di trent’anni, del partito comunista italiano: fatto che ha assunto particolare significato per il momento in cui è avvenuto, superando di slancio dubbi e incertezze di ogni parte che pur erano presenti dopo la conclusione della crisi di governo. E’ facile immaginare quale sarebbe oggi la situazione, quale lo smarrimento, se non vi fosse stata questa risposta del Paese e del Parlamento.

E’ chiaro adesso perché abbiamo lavorato così tenacemente per evitare uno scontro lacerante che avrebbe provocato l’ingovernabilità del paese, la paralisi dei pubblici poteri e lo scioglimento delle Camere. E’ chiaro perché abbiamo posto al centro di tutta la nostra azione la necessità di fronteggiare l’emergenza attraverso una collaborazione chiara tra le forze politiche fondamentali. Si è affermato che Aldo Moro è stato rapito proprio per colpire un simbolo, tra i più significativi, di questo sforzo, teso a impedire lo scollamento politico e istituzionale. Ma al di là della persona di Moro – (al quale rinnoviamo, in questo terribile momento, la nostra stima e solidarietà) – si è voluto colpire l’insieme della democrazia italiana. Il terrorismo e la violenza politica mirano a questo: a sostituire la presenza, l’iniziativa, la partecipazione, e quindi la crescita della coscienza politica di masse sempre più grandi di popolo, con la guerriglia di bande di fanatici a colpi di spranga e pistola. E’ la conquista più grande del popolo che viene minacciata. Si vuole impaurire la gente, disperderla, svuotare le istituzioni rappresentative e preparare così il terreno a nuove dittature.

E’ giunto il momento di decidere da che parte si sta. Noi la scelta l’abbiamo fatto. Essa è scritta nella nostra storia. Il regime democratico e la Costituzione italiana sono conquiste decisive e irrinunciabili del movimento popolare, delle sue lotte, del suo cammino, non ci sono stati regalati da nessuno. Molto c’è da rinnovare nella società e nello Stato, ma guai ad allentare la difesa delle conquiste realizzate e delle istituzioni repubblicane. Non c’è oggi compito più urgente e più concretamente rivoluzionario che quello di fare terra bruciata attorno agli eversori. Facciano il loro dovere, fino in fondo, i corpi preposti alla difesa delle istituzioni. Faccia il proprio dovere ogni cittadino democratico. Nessuno si lasci prendere dalla sfiducia, tutti contribuiscano, quale che sia la loro funzione, a mandare avanti la vita del paese in tutti i campi. Faccia il suo dovere la classe operaia che sta diventando sempre più la forza che in concreto garantisce gli interessi fondamentali della nazione e la capacità di reggere a tutti gli urti. Come partito comunista continueremo a fare la nostra parte.

Ma questa mobilitazione straordinaria, questa vigilanza di massa del nostro popolo chiedono, sollecitano, una guida politica nuova del Paese. Ha colpito tutti, giovedì, l’assonanza tra Paese reale e Paese legale, tra società civile e il Parlamento. Tutti capiscono che ben altro governo sarebbe stato necessario, un vero governo di unione democratica. Ma il rischio di una grave lacerazione è stato evitato, una nuova maggioranza parlamentare si è formata e vi è un programma che consente di fronteggiare l’emergenza secondo linee che vanno al di là dell’immediato. Si tratta di un passo avanti, che attende ora la prova dei fatti. Il nostro proposito è che la più ferma difesa della convivenza democratica si accompagni, finalmente, al rigore, alla pulizia, all’efficienza. Bisogna risanare lo Stato. La cosa pubblica deve essere amministrata seriamente. E questo vale per tutti: per i più alti funzionari e dirigenti delle imprese statali come per i più umili impiegati. La carta fondamentale che viene giocata contro le forze del rinnovamento è la disgregazione, il lassismo, il non governo. Il rigore è una scelta nostra, come lo è l’austerità: è la leva per cambiare le cose e non soltanto per impedire il collasso. Ciò è reso possibile dalla presenza nella maggioranza dei partiti delle classi lavoratrici. Il PCI reca in questa maggioranza anche un modo nuovo e più alto di sentire gli interessi nazionali, una nuova moralità. Già da tempo la classe operaia influenza, più o meno ampiamente, l’indirizzo politico nazionale. Oggi può esercitare tale influenza politica in modo più diretto. Il passo avanti realizzato nell’unità delle forze fondamentali del nostro popolo reca il segno dell’emergenza. Noi staremo in questa maggioranza parlamentare con la lealtà e fermezza. Daremo il nostro sostegno, ma eserciteremo un incisivo e metodico controllo. Ci adopereremo perché ogni decisione sia coerente col programma e anzitutto con le sue priorità: ordine democratico, salvezza della scuola, occupazione, Mezzogiorno. C’è però chi concepisce la soluzione attuale della crisi come una semplice tregua. Troppo grandi sono i problemi che la nuova maggioranza dovrà affrontare, troppo alta è la posta in gioco per poter giustificare un atteggiamento puramente attendista e passivo qual è quello di tregua. E’ il momento dell’iniziativa e dell’azione solidale con il Paese: altrimenti tutti ne pagheremmo lo scotto. Molto dipende dunque dallo sviluppo nel profondo del Paese di movimenti che rafforzino il tessuto democratico e rendano più salda ed estesa l’unità tra le forze popolari.

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